Storia dei miei capelli

Mia madre non amava i miei capelli, la sentivo sbuffare quando mi preparava per la scuola e sentivo che mi faceva male quelle rare volte che li avevo abbastanza lunghi da acconciarli in due codini che mi stringeva con l’elastico vicino al cuoio capelluto senza ritegno, i miei capelli erano ribelli; era la dichiarazione di ogni mattina, andavano tagliati e portati corti, non c’era alternativa. Avevo pure una maestra pazza che pretendeva di mettere in testa a tutte le bambine cerchietti con un fiocco azzurro che dovevano sovrastare la testa, un fiocco che doveva sempre essere bello teso e in ordine.  Quel cerchietto faceva una male terribile dietro le orecchie.

Tra l’altro non aveva senso un cerchietto su un capello cortissimo ma dovevo portarlo lo stesso perché la maestra, famosa per essere una maestra capace poiché autoritaria, più o meno quello era il metro di misura che si applicava per giudicare un insegnante, così voleva.

Per me era difficile stare dietro a tutto quell’ordine e quella precisione, sapevo che erano amate più di me le bambine con i capelli lisci, le figlie con i capelli lisci e soprattutto che stavano meglio di me con i cerchietti col fiocco. A un certo punto l’obbligo di quel cerchietto finì, ma come se non fossimo state torturate abbastanza, a tutte le bambine della classe vennero imposte delle fasce  blu. Il blu su cui ci si doveva orientare per la scelta doveva essere coordinato al blu dei grembiuli dei bambini, noi con i grembiuli candidi, i bambini con i grembiuli blu, anche noi dovevamo essere perfettamente immacolate  e inamidate, come i nostri grembiuli.

Siccome parliamo degli anni ’70 della depressa provincia brindisina, non tutti i bambini e le bambine erano all’altezza dello standard di ordine e precisione e igiene imposto dalla maestra. Ma lei non si  perdeva d’animo e neppure si preoccupava di umiliare bambini che si alzavano prima di andare a scuola per governare gli animali e che arrivavano a scuola con le unghie sporche, facendo ogni giorno la verifica delle unghie pulite come se fossimo in caserma.

Sull’igiene mia madre era imbattibile non sono mai stata umiliata sull’igiene, ma odiavo quel cerchietto che mi faceva male dietro le orecchie, odiavo quella fascia che mi faceva prudere la testa, odiavo quel regime militaresco e fasullo. Odiavo alcune delle mie compagne di classe compiaciute che sorridevano sugli sberleffi ai bambini non perfettamente in ordine.

Naturalmente alla mia maestra piaceva moltissimo che io avessi i capelli molto corti visto che lunghi non potevano essere sufficientemente in ordine, visto che erano ricci arruffati e assolutamente fuori controllo per i suoi criteri.

Devo aver imparato in quegli anni a distrarmi per non morire di noia e ad isolarmi assorta nel filo di pensieri assurdi e incondivisibili.

I miei capelli continuavano a essere occultati come una cosa irriguardosa, non ero una bambina bella, non ero neppure una bambina brutta, ma quella bella in famiglia non ero io e quella bella aveva i capelli lisci.

Comunque non volevo essere come la preferita della maestra, con i suoi capelli lunghi fino alle spalle e sempre senza una piega o un capello fuori posto. Con la sua grafia perfetta, quel tono della voce pacato. Di questo sono orgogliosa, non pativo la sofferenza di non essere adeguata alle sue aspettative, piuttosto sentivo la rabbia di subire quel giudizio e la noia profonda di imbattermi in persone che già allora consideravo prive di gusto e di buon senso.

Quindi i miei sforzi non erano rivolti a somigliare alla preferita della maestra ma a far passare il tempo il più in fretta possibile per liberarmi da quella classe di idioti. Gli unici di cui ho un bel ricordo, sono il bambino troppo timido per dire alla maestra il fatto suo quando, come se nulla fosse, lei gli mollava uno dei suoi ceffoni   e la bambina che disegnava magnificamente estraniandosi come me da tutto. Del resto la capacità di disegnare ancora la invidio. Come invidio la bella grafia o chi non si arrabbia mai. La bambina che disegnava bene era gentile, lei e pochi altri.

I miei capelli durante l’estate potevano crescere perché mia madre durante l’estate aveva da fare, si provvedeva al taglio militaresco prima dell’estate e fino a quando ricominciava la scuola non se ne  parlava più. Non si parlava di nulla a dire il vero, le cose importanti erano altre e allora io mi cercavo alternative, mi dimenticavo il mio aspetto perché era l’unico modo per sopportare come mi acconciavano e almeno in estate facevo quello che mi pareva. Nessuno mi guardava, iniziava la mia libertà.

Mi sarebbe piaciuto avere qualcuno che mi guardasse senza disapprovare i miei capelli. Ma in mancanza di quello mi cercavo qualcosa da guardare io.

Così passavo le mattinate in spiaggia, in acqua e con le amiche venute dalla città quasi mai interessanti quasi mai gentili ma almeno avevo qualcosa da fare, il mare e poi il pranzo e poi i pomeriggi in cui dovevo sopportare i rimproveri perché non ne volevo sapere di dormire e poi vestirmi per la sera, le passeggiate della sera il colore del cielo che da violetto diventava lapislazzulo e le stelle infinite, l’odore della salsedine, il bagliore delle luci della costa sul mare, quel bagno di bellezza era la consolazione della mia solitudine. La mia e quella dei miei capelli.

Poi cominciavano le litigate per andare a letto, io che non volevo andare a casa da sola, mia madre che mi intimava di farlo, senza capire mai la mia disperazione. Non potevo andare a casa senza di lei e quando mi diceva che c’era mia sorella mi faceva sentire ancora peggio. A mia sorella di me non interessava nulla.

 

Comunque l’estate passava e tornavo a scuola, dalla maestra senza grazia e dai compagni di scuola che mi facevano arrabbiare.

Dopo le elementari, le medie e quindi il miracolo. Mia madre smise di tagliarmi i capelli come se avessi sempre i pidocchi e i miei capelli crebbero, ricci e lunghi e con loro la mia popolarità.

Delle scuole medie ricordo solo la finestra aperta sull’aranceto, come e perché la scuola avesse un aranceto non lo so. Credo che la scuola fosse all’interno di una struttura adattata, non era nata come scuola. L’aranceto era bellissimo da maggio si sentiva il profumo delle zagare, che ancora oggi mi dà le vertigini e mi fa soffrire per quanto mi inebria. Come quelle cose che ti mancano mentre sono ancora lì.

Delle scuole medie e degli amici di scuola, che ho perso di vista, ne ricordo pochi, gli stessi con cui avevo fatto le elementari. E per quanto mi secchi da morire ammetterlo  ricordo solo due bambini più o meno benevoli con me e alcune bambine che mi detestavano, l’ho capito dopo, come al solito.

Ma intanto i miei capelli erano più lunghi e a quattordici anni scoprii che piacevo e potevo pure trovarmi un ragazzo. A dire il vero fu lui che trovò me e a me bastò il fatto che fosse interessato a me.

 

Al liceo non andò meglio, doloroso studio e un’altra classe di deficienti. Va bene non tutti, ma insomma, molti. Lì per lì ero fui a credermi non adeguata e a non capire perché facevano finta di essere amiche tra di loro quelle che tra di loro si odiavano o a fingersi mie amiche quelle che mi detestavano e poi i maschi quelli sì, veramente deficienti. Uno solo nei miei ricordi era intelligente e ovviamente destava tutta la classe. Mentre io cercavo di integrarmi, inutilmente.

I miei capelli nel frattempo erano miei, decidevo io come trattarli, se tagliarli e come sistemarli. Ma dovevo comunque subire le critiche di tutti, di mia madre e di chiunque avesse qualcosa da dire su di loro. Nel tentativo sempre mancato di adeguarmi al gusto prevalente per essere vista, ammetto di avere portato quasi sempre pieghe disastrose, poi ritornava l’estate e ritornavo io, con i miei capelli, meno arrabbiata perché potevo andare al mare, potevo essere io, poi potevo piacere oppure no e comunque già sapevo di non essere il tipo di persona che piaceva a tutti.

 

I miei capelli si schiarivano d’estate, d’inverno tornavano seri e studiosi e si scurivano. Arrivavo alla fine dell’anno scolastico senza guardarmi, l’estate ero di nuovo io. Poi anche il liceo finì. Ogni tanto sento parlare di rimpatriate e di cene tra compagni di liceo. Non ho alcuna nostalgia degli anni del liceo, l’unica cosa che potrei rimpiangere è la sensazione di vita davanti, ma per fortuna non sono una persona nostalgica e non sento neppure quel rimpianto. Sono assolutamente certa che si perdono le persone che vogliamo perdere o che ci vogliono perdere e il recupero del disperso è un’opzione da non considerare perché non funziona quasi mai. Neanche se puoi sfoggiare i tuoi capelli nel frattempo diventati bellissimi. E non è il mio caso.

In prima liceo il professore di filosofia mi fece fare una ricerca approfondita sulle streghe, gli feci una domanda e lui mi rispose con una bibliografia, scoprii che esistevano le bibliografie e la possibilità di sapere senza ripetere luoghi comuni, che non si poteva dire: l’ho sentito o me l’hanno detto o lo so e basta; bisognava citare le fonti. Più tardi  ho scoperto che c’era un sacco di gente che citava fonti mai consultate e che bastava alzare la voce per avere ragione, ma naturalmente per almeno dieci anni l’ho ignorato e la mia passione per le streghe mi portò a scoprire che non esistevano e che fu solo uno dei modi infiniti in cui si propagava la misoginia intanto aumentò il disprezzo per i miei capelli;  in effetti anche tu somigli a una strega, mi dicevano, oppure: ti farò fare la fine delle tue amiche del ‘500, mi diceva ogni tanto quel prof., lo diceva affettuosamente, lo dico subito, ma lo diceva. I miei capelli avevano comunque un riferimento culturale e storico certo: le streghe. In realtà il riferimento era solo iconografico ma comunque, da lì dovevo provenire insieme ai miei capelli. Gli ultimi due anni di liceo avevo un fidanzato che mi amava tanto, almeno quanto la sua famiglia mi odiava. Aveva una mamma e una zia che cucivano e così si offrirono di preparare i vestiti di carnevale per una competizione che perdemmo. Andammo a prepararci al ballo, insieme al gruppo che avrebbe partecipato con noi, da sola non sarei stata tollerata, e ricordo che dovevo indossare una specie di cuffia, per infilare la quale la mamma del mio fidanzato pensò bene di spazzolarmi i capelli. I miei capelli ricci e tendenti al crespo spazzolati mi avrebbero resa un istrice, era proprio una di quelle cose da non fare mai. O una piega con spazzola e phon, ma fatta da uno bravo, oppure si dovevano pettinare solo prima del risciacquo col balsamo di cui facevo grande uso. Ma non osai oppormi e sentii su di me tutto il disappunto e il rifiuto di quella donna che cercava inutilmente di districare i miei capelli, mi sembrò di avere i serpenti al posto dei capelli, come Medea. Non le piacevo e dopo aver tentato di domare i miei capelli le sarei piaciuta ancor meno. Restai zitta e immobile consapevole che mai e poi mai avrei potuto togliermi quella cuffia ridicola durante la serata.

Naturalmente spesso ovviavo legandoli, i maledetti capelli, e non tagliandoli iniziai una resistenza di cui non fui mai consapevole. Ma poi arrivò l’Università e le amiche fighe consapevoli e di mondo che mi intimarono di tagliarmi i capelli, sembri una donna delle caverne, mi disse una di loro.

Lo so, tante volte ho usato anche io espressioni di cui non coglievo l’effetto che facevano ai destinatari, che mi sembravano spiritose e che magari erano solo offensive. Mi dispiace averlo fatto.

Ovviamente reagii all’offesa come se parlassero per quello che mi madre avrebbe definito: il mio bene. E accettai di andare accompagnata da una delle due, dal miglior parrucchiere della sua città (nel senso che era il più costoso) il quale con infinita prosopopea mi fece un taglio per il quale avrei dovuto reagire con una crisi isterica nel salone con distruzione di specchi e suppellettili compresi. Invece pagai sorridendo e uscii conciata come uno spaventapasseri, e non esagero, ringraziando la mia amica per il tempo e la cura dedicatami.

Ero proprio così, imperfetta come i miei capelli e totalmente incapace di difendermi, negavo quello che vedevo e credevo alle stupidaggini rassicuranti della mia amica che aveva un gusto pessimo credendosi Coco Chanel quindi non era neppure colpa sua, ero io che non avrei dovuto infilarmi in quella situazione al solo scopo di non essere la donna delle caverne del gruppo.

A Bologna, dove facevo l’Università, negli anni ’80 c’era un parrucchiere alla moda, Orea Malià, forse c’è ancora non lo so, comunque i loro tagli mi sembravano troppo geometrici e poi non si riusciva a capire quanto potessero costare e nel dubbio mi presentai in una di quelle scuole per parrucchieri dove feci i colpi di sole per poche migliaia di lire. Sono sempre stata un po’ avventata, devo ammetterlo e i cambiamenti mi attiravano, poi mi dicevo, i capelli ricrescono, non può essere mai tanto grave. E non lo fu lì per lì, ma giusto qualche settimana dopo, un’altra delle mie amiche si infatuò dell’henné e mi disse che dovevo assolutamente farla, perché rinforzava i capelli, donava mirabili riflessi  e insomma non potevo sottrarmi e non mi sottrassi, fu così che dai miei capelli trattati dalle sue mani con i colpi di sole prese vita un’acconciatura castana a strisce arancione, ma di quell’arancione che messo controluce mostrava i capelli  trasparenti, come quelli delle bambole con un effetto tragico aggiunto; i capelli così trattati tendevano a incresparsi ancora di più. Dovevo tagliarli, invece resistetti.

Ma poco, il sopraggiunto primo vero shock sentimentale mi rese pronta per un taglio punitivo, una cosa simile a quelli a cui mi sottoponeva mia madre da bambina e così me ne tornai a Bologna per il nuovo anno accademico più magra e con i capelli corti. Più magra con i capelli corti e molto triste. Ma i capelli ricrebbero, per un po’ li acconciai con la gelatina che in quegli anni faceva furore e tutto considerato devo a malincuore ammettere che la facilità con cui potevo modellarli mi donò un anno di garbo. Capelli lucidi e gelatinati, rossetto fucsia, prevalenza di nero. Passai dallo stato di donna delle caverne a quello di ragazza desiderata. Lo fui,  intanto i capelli ricrebbero e imparai un po’ ad acconciarmeli senza l’effetto dita nella presa elettrica.

Al terzo anno di Università avevo raggiunto una tregua, se non potevo dominarli, li legavo e li tenevo fermi con la gelatina, oppure li lasciavo sciolti arruffati e tanti. DI tanti capelli ci si può fidare, no?

Ma poi rieccola l’amica medusa, mentre ero con la fronte sulle ginocchia, a soffrire come una scema per l’ennesimo (a quel punto) shock sentimentale, lei mi disse a voce bassa e piena di comprensione: peccato che perderai i capelli. Come? Le chiesi, e perché? Perché soffrirai, stai già soffrendo.

Non l’avevo considerato, forse era vero, forse no, non avrebbe dovuto dirmelo comunque e non persi i capelli, quella volta. Continuavo solo a non distinguere tra amiche buone e cattive.

Spesso legati, ho continuato ad avere i capelli lunghi fino ai 25 anni. La nascita di mio figlio determinò il dimezzamento della mia chioma, ma siccome erano davvero tanti, continuavo a non realizzare. Trovavo i miei capelli ovunque, ma ho sempre avuto un interesse trascurabile per tutto ciò che non mi piombava addosso come un fulmine, quindi la perdita di capelli giorno per giorno, seppure ininterrotta da mesi, la considerai trascurabile. Poi dovetti prenderne coscienza, in un rarissimo e stonato afflato di cura, mia sorella mi intimò di prendere sul serio la cosa, avendo in famiglia un caso di alopecia.

Comunque scoprii che a prendersi cura dei capelli sono i dermatologi e andai dal primo che trovai, come sempre facevo, per me nessuna cura.

Il dermatologo mi riempì di vitamine che forse neppure cominciai a prendere. Avevo imparato che i capelli facevano il loro giro, come il vento e che il vento dei capelli si chiamava ormoni.

I miei capelli anche quella volta non caddero per sempre, ma di certo diminuirono per sempre. Però potei continuare a giocarci, scherzarci, colorarli e acconciarli.

Che belli i capelli.

 

Sempre nell’indistinguibile inventario delle amiche buone e cattive, posso cercare il ricordo di una sfuriata che non capii, in cui una tizia che fino a quel momento non consideravo né amica né nemica, più grande di me, amica di amici, a cui non pensavo mai, mi fece l’elenco delle cose che evidentemente trovava insopportabili a cui non mancò di aggiungere: quei tuoi capelli lunghi e ricci e i tuoi 17 anni che ti fanno sentire così sicuraaaaa!

Parlava di me? Non riesco a ricordare cosa volesse perché l’unica cosa che ricordo fu il suo appello velenoso ai miei 17 anni e ai miei capelli lunghi, dal mio punto di vista lei era di gran lunga più figa di me.

Ma con gli occhi di ora in effetti ero molto meglio di lei, anche per lei. Sulla pelle rimasero lo sguardo e il tono della voce, mi odiava e fino a quel momento non me ne ero resa conta, odiava soprattutto i miei capelli. Che quindi erano diventati detestabilmente invidiabili per lei.

 

Dopo la perdita di capelli che ai miei occhi passò quasi inosservata, ho cambiato spesso colore ma quello che ho mantenuto più a lungo è stato un rosso ramato, mi piacevo così, ero io quando mi vedevo allo specchio, l’unico problema è che il mio parrucchiere cambiava ad ogni posa di colore la sfumatura di rosso, quindi il mio rosso ramato divenne una chimera, lo si raggiungeva una volta su dieci e mi stancai della ricerca inutile del punto di rosso che volevo.

Quando non ottieni il colore che vuoi, cambia il colore che vuoi.

Così sono passata ad anni di colpi di sole, di biondi più o meno riusciti, di capelli arruffati dall’umidità, di parrucchieri disarmati difronte alla mia chioma che mi acconciavano cominciando col la solita introduzione: ma le hanno sbagliato il taglio, le hanno sbagliato il colore, no avrei voluto  dire io, sono sbagliata io che cerco ancora di dare un garbo a quella estensione indomabile e inarrestabile di me. Che andava bene così come era.

 

Poi decisi che dovevo avere i capelli platino, mi piaceva quell’aria fatata, ma non era così facile averli, infatti per anni ho avuto le croste sul cuoio capelluto e capelli che viravano velocemente al giallo. E’ stata una delle battaglie più inutili ingaggiate con i miei capelli e vincevano sempre loro.

 

Poi accadde che dovetti fare la radioterapia a una vertebra cervicale, ero molto preoccupata dalla mascherina schiacciata sul viso che mi avrebbe soffocata mentre io  avrei vomitato durante il trattamento (non accadde e non morii durante le sedute ma ero sicura sarebbe successo) e il tecnico di radioterapia che in effetti era una donna, un giorno si dimenticò di infilarmi i capelli già arrabbiati nella cuffia, quindi fecero un giro di radioterapia anche loro.

 

Siccome ci metto sempre molto a capire, e questo si è capito, mi resi conto della mutazione genetica qualche settimana dopo, non erano solo arruffati erano diventati paglia pregiata, sottile e impalpabile, il più triste nella galleria di teste da spaventapasseri che avevo sfoggiato.

C’è un momento nella vita dei malati di cancro che io chiamo arcadico, il periodo in cui sembra che la scelta naturista ti salverà la vita, per fortuna passa, insieme ad altre fissazioni più o meno canoniche sull’alimentazione e la cura di sé, comunque quella svolta mi fece scegliere di tagliare i capelli e di tenere il mio colore naturale, riconosco questa scelta come un momento tardivo in cui ho voluto bene ai miei capelli.

E soprattutto a me stessa. Non devo aggiustare più niente, non volevo sedurre nessuno. Provate voi a sedurmi se siete capaci.

Compresi, quando lo avevo perso, il valore seduttivo dei capelli che fino a quel momento avevo ignorato maltrattato e offeso, insieme a me stessa.

Ma alla fine ero libera. Anche dal ricordo di te che guardi la mia foto con i capelli lunghi e ricci e mi dici: magari fossi ancora così (ed ero ancora così). Ero libera dal mio cuore mille volte spezzato e i miei capelli così come erano. Li amavo.

 

Il mio colore naturale era il bianco, sebbene non avessi ancora cinquanta anni era il bianco, più o meno quello che avevo inseguito negli anni in cui volevo essere platinata, certo con un viso più giovane, e le reazioni furono più o meno tutte uguali:

Non è un po’ presto? Perché? Lo sai che i capelli bianchi stanno bene solo a chi è giovane? Però stai bene, aggiustavano il tiro difronte al mio silenzio. Difficile far capire che sei poco interessata a chi ti guarda e che è molto più interessante guardare. Sparire dallo sguardo altrui è stata la mia liberazione. I miei capelli sono più sottili, più fragili e di meno. E sono bianchi e va bene così. Sono ancora ricci, perché anche in loro c’è qualcosa che resiste e sopravvive, la bellezza e anche se la vedo solo io, mi basta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sto cercando di recuperare un po’ allenamento che nei mesi scorsi ho diminuito causa ristrutturazione da incubo. A parte lo yoga, che se fatto come dovrei mi mantiene centrata e tonica, per cambiare e per rinforzarmi anche in vista di un viaggio che si prospetta impegnativo, bagagli e spostamenti veloci e in totale autonomia, ho pensato bene di aggiungere al mio programma due giorni a settimana di palestra, tapis roulant e attrezzi. Il tapis roulant mi aggrada, ho le cuffie, un po’ di pendenza così evito di sforzare le vertebre lombari, perché l’obiettivo è trovare un equilibrio tra l’allenamento e la stanchezza, tra la  terapia e le altre attività della giornata, un equilibrio tra stanchezza che non deve essere troppa e il sonno perché se sono troppo stanca non dormo, insomma un equilibrio dell’equilibrio  e tutto un equilibrio sopra la follia e mi sono scocciata anche a parlarne  perché mi sono già dilungata molto su questioni laterali e non era di questo che volevo parlare.

La mia pratica di yoga è piuttosto intensa, basterebbe aggiungere alle 2 lezioni settimanali una pratica personale giornaliera e soprattutto la meditazione perché so quanto bene mi fa e come mi fa sentire e quanto mi serve per non perdere la testa. Ma niente, giorno dopo giorno rimando e così visto che evidentemente sono in una fase più attiva che meditativa,  ho deciso che andrò in palestra. In realtà ho appena cominciato, ci sono stata sabato e sono arrivata all’apertura pensando che essendo sabato, sarebbe stata presa d’assalto. Invece no, tutto sommato. Quindi mi sono detta, torno domani. Invece non ci sono tornata, vado domani mi sono detta, è lunedì ci sarà poca gente, così sono uscita di casa con cuffia, cappotto e pronta ad aggredire il tapis roulant (va bene, sto esagerando), concentrata e odiosa, distaccata dal resto del mondo (la cuffia aiuta moltisssssimo),   ho lasciato la borsa,  il cappotto nello spogliatoio, messo la fascia di cotone sui capelli, indossato nuovamente la cuffia e mi sono trovata tipo al  mercato generale.

Sono uscita di casa con i sensi di colpa, posso andare di lunedì mattina in palestra mentre la gente lavora. La gente non lavora il lunedì mattina, è in palestra. In piscina anche ma di certo non lavora. E non era nemmeno presto come sabato e c’era la fila per gli attrezzi e pure la piscina che di solito guardo mentre sono sul tapis roulant e che sabato almeno fino alle 10 era vuota, sembrava il mercato del sabato a Ostuni la settimana di ferragosto.

 

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Strade e buon senso

La lezione di yoga di stamattina mi ha ricordato quella questione secondo cui la strada non la vedi prima di incominciarla. La butto lì ma  è una questione molto seria. Quando inizi a camminare, la strada appare, la chiarezza non viene prima dell’azione, deriva dall’azione (Rumi). É più o meno la stessa ragione per cui è inutile cercare di predire il futuro, anche questa l’ho buttata lì ma se ne potrebbe parlare per mesi. Poi però c’è la questione della statistica, non si può predire il futuro, non sai mai cosa può succedere prima che le cose accadano ma c’è anche la statistica. La stima. E quella è previsione, non solo,  può essere una buona previsione. La salvezza è tutta nell’errore, nel margine di errore della previsione. Comunque stamattina sono arrivata a lezione di Yoga sfinita ed erano le 9 del mattino. Siccome sono arrivata prima, mi sono stesa sul tappetino, ho incrociato le gambe sul busto per distendere gli addominali e ho pensato che se mi sentivo così prima di cominciare e se il dolore lombare cominciava prima di una giornata in cui potevo essere giustificatamente stanca, forse dovevo fermarmi, forse dovevo smetterla di sfidare stanchezza, statistica, scienza e fantascienza. Poi è cominciata la lezione,  non ci ho pensato più a alla fine non avevo più dolori. Avevo solo bisogno di una lezione di Yoga in cui lavorare tanto e di vedere come va a finire quando il buon senso mi dice che mi devo fermare. Il buonsenso non vede mai come va a finire.

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addio alla Coop

Dopo la lezione di yoga, sono andata al supermercato vicino casa, l’intento era  prendere la lattuga e le pere. Ma siccome poi ho visto il cipollotto fresco, ho pensato ne prendo un po’ e faccio i cipollotti gratinati. Ho preso anche qualcos’altro e poi  mi sono avviata alla cassa. Le cassiere del supermercato sotto casa, come quelle di tutti i supermercati credo, non sono tutte simpatiche ma io per fortuna ho scelto di fare la fila da una di quelle più gentili. Mentre ero in coda ho ascoltato un messaggio che mi ha un po’ innervosita e mentre lo ascoltavo pensavo che in genere mi innervosiscono le persone in coda alla cassa che trafficano con il telefono e che io finisco sempre col fare cose che mi innervosiscono se le fanno gli altri, pensiero che è servito a farmi innervosire ulteriormente. Comunque è arrivato il mio turno, ho messo i miei oggetti sul nastro, ho tirato fuori dei soldi che avevo messo in fretta in tasca prima di uscire e mentre mi accingevo a pagare, la cassiera mi ha chiesto quanti pezzi di cipollotto avessi preso. Come quanti pezzi?  Sì il prezzo è al pezzo. Ah scusa, le ho detto,  ho visto che c’era il codice e ho pensato fosse al kg. Mi ha guardato come si guarda una mentecatta, ancora non aveva deciso se ci stavo provando e ero particolarmente svampita, quando poi tirando i soldi dalla tasca le ho detto guarda ho solo questi, sono uscita senza borsa per andare a Yoga, mi ha guardato decidendo che  oltre a provarci ero pure scema e le stavo facendo perdere tempo e pazienza. Comunque mortificata e facendole togliere uno dei famosi pezzi di cipollotto visto che i soldi non mi bastavano, ho pagato e sono sparita velocemente. Avviandomi verso l’uscita, ho visto una delle commesse venire verso di me, mentre la cassiera di prima, insieme agli altri cassieri, mi guardava. La commessa mi ha detto: guardi signora non può portare fuori il carrellino. A quel punto, sopraffatta dagli sguardi perplessi, ho farfugliato qualcosa sapendo che non avrebbe creduto al fatto che io non intendevo portare via il carrellino e che semplicemente non me ne ero resa conto,  sono uscita velocemente. Pensando che in quel supermercato non potrò tornarci mai più e che è un vero peccato perché è proprio sotto casa  e quindi molto comodo. Comunque da domani Numeri Primi o Famila, non posso tornare alla Coop.

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ore solari e insonni

Nel silenzio assoluto di una mattinata in cui, da che ho memoria, mi chiedo se siamo un’ora avanti o un’ora indietro e se invece che mediamente intelligente non sia piuttosto mediamente stupida visto che sono davvero troppi gli  anni in cui sono assolutamente  sicura che per la prossima ora legale, la prossima ora solare, altra distinzione mai veramente chiarissima nella mia mente in cui i neuroni non si sa se siano in caduta causa declino fisiologico o pochi all’origine, insomma sebbene ogni volta sia assolutamente certa di avercela fatta e aver compreso le leggi del mondo e del sole. Nonostante ogni volta io sia assolutamente sicura che il  passaggio, cambio, salto di orario mi troverà finalmente serena e preparata, sono di nuovo qui a chiedermi se quindi da oggi dormo un’ora in meno o in più, quindi ho pensato di risolverla definitivamente così: che importa, tanto non si dorme lo stesso

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la vie en rose

Sulle pareti della mia Breast Unit, ogni anno compaiono visi di donne sorridenti, con didascalie che raccontano la loro forza, la loro vita, tutta la serenità che avvolge la loro esistenza, con una prevalenza del colore rosa anche nel racconto. Comprendo il senso di quel tipo di comunicazione, motivare le donne alla prevenzione perché si guadagneranno il lieto fine.Ovviamente mi sento un po’ presa in giro, ma va bene, suppongo che serva. Per ragioni ancora non chiare del tutto, sono in aumento i casi di tumori al seno metastatico all’esordio, per fortuna la gran parte delle diagnosi si risolvono con un intervento e una radioterapia cosiddetta preventiva seguita da terapia anti ormonale, ma non tutti i tumori al seno sono di tipo ormonale e comunque la terapia anti ormonale non è la passeggiata che il racconto in rosa dipinge, in più c’è la controversa questione delle over diagnosi, che sottopongono donne a trattamenti non necessari. Voglio dire, facciamole le mammografie per carità, meglio sarebbe l’ecografia mammaria,  ma la realtà è che anche la prevenzione è un mito. Sempre una questione di costo – beneficio, di grandi numeri.  Ma viene raccontata come la soluzione.

 

 

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Qui non ci sono guerriere

Cominciamo da qui: in Italia circa 52.000 donne vivono con un tumore al seno metastatico, ma la retorica bellicista applicata alla malattia e in particolare al cancro è insopportabile. Nessuno ha voglia di combattere e neppure di vincere, verosimilmente tutte cerchiamo una quiete, non abbiamo nessuna voglia di sfidare l’imponderabile. Perché la malattia è imponderabile. Intanto è diversa per ciascuno. Valeria era una mia amica e stava bene, apparentemente,  il suo cancro era circoscritto, l’intervento e le terapie avrebbero dovuto liberarla dall’incubo, la prognosi era buona, poi i dolori e una tac di controllo che riscontra metastasi diffuse e nonostante le buone parole, non preoccuparti esistono terapie per cronicizzare, il cancro ormonale ormai è come il diabete; sembra una frase gentile,  io la trovo crudele, nessuno può saperlo, ci si affida alle statistiche. Ma a Valeria lo dissero, invece morì in pochi mesi senza che alcune delle terapie proposte avesse il minimo effetto. Un funerale durante il covid, gli amici contati, come i suoi giorni dalla diagnosi e la prognosi trionfalistica. Valeria non era abbastanza guerriera? La malattia ha vinto su Valeria? Ma che vuol dire, di preciso?

Nulla, nessuno vince nessuno perde, non mi arrischio tirando in ballo il destino, non mi arrischio tirando in ballo lo stile di vita, Valeria era magra, non fumava e quando è morta aveva 45 anni e mi manca. Le possibilità sono due, o siamo molecole per caso aggregate e per caso dissolte oppure ci sfuggono elementi che non siamo in grado di comprendere e io spero fortemente che sia la seconda. Ma ho dei dubbi.

Non siamo guerriere, non abbiamo alcuna voglia di guerra, di battaglie in cui essere impegnate e non possiamo sentirci inadeguate quando i nostri sforzi sono inutili. Non è giusto, non chiedetecelo. Ogni vita cha ha inizio ha una fine.

Non è una guerra perché, quello che che conta è convivere, il più a lungo possibile e nel migliore dei modi. Occorre negoziare con le cellule, scendere a patti, trovare un accordo. Nessuno vince, nessuno perde. Si compie una storia, si scrive un altro capitolo, nessuno sa quando comincia l’ultimo.

 

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cancer survivor

dieci anni fa mi è stato diagnosticato un cancro al seno, metastatico da subito, alle ossa. Da allora sono successe tante cose, ho cambiato varie terapie, la malattie è progredita, poi si è fermata, le terapie mi hanno causato sempre più problemi ma ho imparato a gestirle e a gestire la fatica che però resta ed è tanta.

Credo che i malati cronici (si spera…) si dividano in due categorie, quelli che vivono da malati e che hanno in pugno la famiglia e quelli che tendono a sminuire, a farsi carico dei propri problemi e a lamentarsi il meno possibile. E’ sbagliato in entrambi i casi, chi vive da malato e pretende l’attenzione di tutti ben presto risucchia la vita di chi orbita intorno a lui e perde il contatto con il lato positivo della malattia cronica, perché esiste un lato positivo,  ed è il fatto che il tempo della malattia è comunque tempo di vita, chi sminuisce ben presto capisce che non può fare pause, deve essere all’altezza della forza che gli viene attribuita e che è solo.

Nel mio caso dire che sono sola sarebbe ingiusto, ho amici che mi vogliono bene e mi supportano,  e un compagno che mi ama ma spesso non capisce la mia fatica, se non mi sento bene o sono solo stanca, i suoi occhi si intristiscono e devo fare finta di niente. Ho anche un figlio, ma vive lontano e sfugge, lo capisco e va bene.

Questa recita però mi ha sfinita, quindi ho deciso di scrivere tutto quello che significa per me essere una cancer survivor, una persona malata di cancro che non è guarita, ma neppure, per ora, morta. E che sia pure con delle pause e dei giorni terribili,  riesce a vivere bene. Lo scopo è sentirmi meno sola e meno residuale e condividere quello che ho imparato, che non è poco.

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La felicità è un romanzo russo

In “Chiudo la porta e urlo”, a un certo punto Paolo Nori dice che secondo Gianni Celati la felicità è un’invenzione degli americani. Ho pensato a  questa frase  per giorni. Senza dubbio l’ffermazione descrive molto bene Celati e anche la me che amava quel Celati che avrebbe detto cose del genere, ma tornavo e torno a pensarci perché appunto, qualcosa non mi torna. Lo stesso Nori parla della sua felicità domestica come quella di una sera in cui lei (sua moglie, detta anche Togliatti perché vuol sempre aver ragione) va in cucina poi torna e dice: c’è il gelato, vuoi crema o cioccolato? La felicità domestica è quella ed anche forse quella che più si avvicina  alla mia idea di felicità. Quindi forse il concetto di felicità inventato dagli americani si riferisce all’esibizione delle felicità forse, al risvolto sguaiato di qualcosa che visto da fuori sembra  felicità. Celati me lo immagino uno che era felice di passeggiare, così si descriveva lui stesso, e Paolo Nori a cui non è simpatica la felicità, dice, come uno immerso nella felicità domestica di Tolstoj.  I romanzi russi parlano della felicità da prima che gli americani “la inventassero”. Non solo nella Felicità Domestica, in Anna Karenina Kitty e Levin realizzano la felicità. Anna cerca la felicità come individuo e  muore disperata, Kitty e Levin da cui ti aspetteresti un matrimonio infelice, trovano la felicità nella loro vita semplice.

Voglio dire, per riappacificarmi con la frase di Celati riportata da un esperto di letteratura russa, sicuramente il più esperto, che la felicità non è un concetto sguaiato, antipatico.  E mi è venuto in mente proprio pensando alla letteratura russa, amore che condivido con Paolo Nori; lo Starec Kosima, personaggio dei fratelli Karamazov dice (ma cito a memoria) che tutti i più grandi saggi sono stati felici e che non si è mai vicino alla verità, senza essere felici.

Così mi sono riconciliata con la me che amava Celati, con l’antipatia per la felicità di Nori e con la consapevolezza che se avessi letto i romanzi russi prima del mio innamoramento per la letteratura americana,  mi sarei risparmiata un sacco di guai.

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il filtro da tè

uno dei primi oggetti che ho comprato a Bologna, mille anni fa, è stato il filtro da tè in midollino, in un negozio naturalmente scomparso, che si chiamava il Cestaio e che a me piaceva un sacco. Per quale ragione io abbia conservato un simile oggetto così inutile per me che bevo il tè solo se ci sono zero gradi e che negli anni ho collezionato filtri da tè di cui nel frattempo mi sono fieramente disfatta,  stento a capirlo, ma oggi mi ci sono soffermata: che fai qui filtro da tè orientale, perché continui a inseguirmi? Io butto tutti gli oggetti lo sai, me li scordo, me ne disfo, me ne libero, perché resisti?

Il mio filtro da tè in midollino resta di lì e parla di me.

Mi hai voluto perché ti piaceva la parola midollino, delicata e sofisticata, quanto eri spocchiosa, e si vede che quella parte di te ancora sopravvive. Caro filtro in midollino, sapessi quanti oggetti sofisticati e delicati mi sono passati tra le mani, li ho dimenticati e mai rimpianti, perché tu no?

Perché hai sempre considerato importanti le cose inutili, io ero come un cimelio dalla vita che avevi davanti, una promessa esotica, un filtro da tè orientale, un altrove che ti riportava a quella te in cui tutto era promessa.

Non mi convinci filtro da tè in midollino, continuo a considerare importanti solo le cose inutili che per me e solo per me, sono  essenziali, ho avuto tanti oggetti che rappresentavano un altrove ma solo tu resisti, perché?

Perché non hai ancora disperso quella spinta di mondo evocato che ti ha fatto decidere di prendermi con te, non è me che conservi, ma lo sguardo della ragazza che lo scelsero.

Forse, adesso ci penso su e ti faccio sapere.

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