Giorno 9

 

Il giorno in cui è tornato l’autunno, che bellezza, che felicità. Posso restare al chiuso senza sentirmi fuori luogo e desiderare la coperta, il divano, la zuppa e il letto senza sentirmi malata, posso, almeno per un giorno; perché tornerà il caldo, lo so, lo so, qui fa sempre caldo come se fossimo all’interno di un pidocchio e ho sentito pure qualcuno lamentarsi della pioggia, ieri, dopo mesi di siccità e ho sentito pure, ieri, qualcuno dire che ha bisogno di continuare ad andare al mare, per le ossa, e le avrei detto: cretina se ti piace il mare vacci, ma che c’entrano le ossa? Per le ossa c’è la vitamina D in gocce, e comunque bastano 20 minuti di esposizione al sole, anche solo le mani per sintetizzare vitamina D, non c’è bisogno del mare, della spiaggia e dell’estate. Cercare alibi nella vitamina D. Vai al mare e non cercare scuse e ricordati che ci vai da 6 mesi, non hai un problema di vitamina D, secondo me. Il tuo problema non è la vitamina D. Ma sono stata zitta. Spegnete la luce del sole, mi acceca, lasciate il crepuscolo, l’autunno, il silenzio. Il tepore mentre fuori è freddo e tutto rallenta e ho come la sensazione di scamparla. So che tornerà il sole e con il sole il caldo e con il caldo, il sudore.

Giorno 8

 

Il giorno in cui scrivo da Belle Ile en Mer, almeno così vorrei. Che ricordo in un giorno di sole, come si vive d’inverno a Belle Ile en Mer ? Potrò mai saperlo?

Il giorno in cui i sogni sfumano, non farò mai in tempo, non avrò mai abbastanza libertà e neppure abbastanza coraggio per vivere un anno a Belle Ile, non ho mai conosciuto nessuno che abbia passato un anno a Belle Ile, ma potrei essere la prima tra quelli che conosco.

Forse. Potrei aggiungere Belle Ile alla lista di luoghi dei quali seguo le vicende metereologiche sull’Iphone. Ho una lista di luoghi nei quali vorrei vivere per un po’ e in attesa di quel giorno monitoro il tempo meteorologico. Una pazza, lo so. Comunque a Hydra c’è quasi sempre il sole, in Bretagna, precisamente a Dinard piove spesso però non è mai davvero freddo, ma questo lo sapevo anche prima di mettermi a spiare come è il tempo a Dinard. Un’isola del nord, piccola e bellissima deve essere davvero una bella avventura, in inverno. E se poi non riuscissi a muovermi il giorno in cui decidessi di farlo, perché il mare è troppo grosso? Forse dovrei andarci il giorno in cui muovermi o non muovermi, essere altrove o restare lì non cambierebbe molto. Il giorno in cui finalmente conta il qui e ora. Nessun parente da raggiungere per forza e in fretta. Nessuno che si accorga della mia assenza, ma quello non è difficile. E se sprofondo nell’abisso delle mie angosce? Ma del resto ci vado proprio per quello a Belle Ile, a vedere l’effetto che fa.

No, non ci vado. Vado a Hydra, è più facile. E’ vicina ad Atene, lì posso andarci e smettere quando voglio. Ma essendo nata a Torre Canne, l’esperienza non sarebbe poi così diversa da quella fatta nell’infanzia. Luogo di vacanze che si popolale durante l’estate, desolante e solitario d’inverno, clima buono, forse un po’ umido. Lo so, state pensando che in effetti Hydra è molto più bella, è l’isola di Leonard Cohen, Torre Canne della mia infanzia somigliava molto alla Grecia. Intanto che decido, resto qui.

Giorno 7

Il giorno dell’assenza. Mi si nota di più se non vado o se vado e mi metto in angolo? No, non proprio in quel senso, il giorno dell’assenza è quello in cui esserci non conta. Non fa nulla se ti perdi quel film, quella serie, persino quel libro, quella giornata di sole o quel tramonto, anche perché il sole c’è sempre e il tramonto più è rosso e intenso e più è l’inquinamento atmosferico a renderlo sublime. Questo l’ho imparato da poco e quindi se per caso un bel tramonto lo vedo e mi commuovo,  penso che ho sempre avuto il vizio di commuovermi anche davanti allo schifo, declinato in varie forme, per lo più umane. Ma non perdiamo il punto sul giorno. Il giorno dell’assenza, appunto. Mi perdo. Ma poi mi perdo sempre, nei pensieri e nelle parole, in quello che vorrei fare e poi mi dimentico di fare, la voglia di andare e alla finestra e restare, sempre. Comunque pratico l’assenza, minuziosamente e senza averla progettata, anche quando ci sono e me ne dolgo. Perché è un difetto di interesse più che di attenzione, non riesco ad appassionarmi più a quello che era appassionante. Appassionante per me, ovvio. Il giorno dell’assenza mi trovo mio malgrado a non scendere a patti con il politicamente corretto, anzi a schifarlo. Il senso comune, il vogliamoci bene, senza volere male, solo perché sento scendere una lastra di ghiaccio fatta di noia. Il giorno dell’assenza è la mia resa al cambiamento, non mi diverto più con questi passatempi, perché sono i miei sentimentali interessi. Ne cerco altri, vi faccio sapere, quando li trovo.

Giorno 6

 

Il giorno in cui non ho voglia di truccarmi. Neppure un po’ di terra, un filo di rimmel,un qualche lucido che ora si chiama gloss. Non ne ho voglia. Non sono mai stata ossessionata dal trucco, però mi piace, un po’. Un po’ di matita intorno agli occhi, quel rossetto che mi fa sentire irresistibile, di solito a primavera mi piace particolarmente sentirmi irresistibile. Bologna, maggio 1986. Ma scheeerzii? Comprare il pane senza il rossetto? Ma puoi incontrare l’uomo della tua vita. In qualunque momento, Non puoi essere senza rossetto. Se è l’uomo della mia vita è l’uomo della mia vita, anche se sono senza rossetto. Che cretine, a pensarci ora. L’uomo della tua vita: la fake news prima delle fake news. Un po’, dai, non puoi uscire senza nulla ma proprio nulla sul viso, è…è sciatto. Quella voce, la seconda del capitolo io e il make up, mi convinse. E cominciai a spendere fortune in rossetti, fondo tinta, matite. Lo so che ne ho più bisogno adesso di allora ma ora mi diverte molto meno, averne mi diverte ancora, usarne un po’ meno. A un certo punto, come una sorgente inesauribile, arriva il giorno in cui sedurre non ti interessa, e anche se lo sai che non sarà il rossetto a renderti seducente, la terra, il rimmel, il fondo tinta, persino il correttore per le occhiaie o le borse sotto gli occhi, praticamente impossibili da cancellare, non ci provi nemmeno perché di sedurre non ti importa niente.

E’ il giorno in cui capisci che sei libera. Un giorno meraviglioso, non importa se ti piaccio o non ti piaccio, non mi importa se mi vuoi o non mi vuoi. Prova tu a convincermi. Io non devo più convincere nessuno. Non so se è malattia mentale, sanità mentale, i cinquant’anni, gli ormoni che scarseggiano. Non lo so, ma è bello. Guardo la mia trousse per il trucco e so che butterò gran parte del suo contenuto senza averlo usato, so che se voglio ho il rossetto che mi renderà una dea, il rimmel che renderà il mio sguardo fatale, la cipria che mi renderà stupenda, lo so. Va bene so pure che non è vero. Però ho lo charme nella trousse, lo charme nel cassetto, decido io, prova a prendermi.

Giorno 5

 

L’alba sembra non arrivare mai,  ho tante cose a fare perché questo è il giorno divino, quello in cui smetti di pregare. E di aspettare. E’ il giorno in cui non ti basta sperare. Ho deciso, non ti aspetto più giorno luminoso, ti accendo. Smetto di aspettare che qualcuno mi chiami e mi dica, dai andiamo. Esco da sola, smetto di aspettare che tu abbia tempo, mi prendo tutto il tempo che voglio, senza chiedere, smetto di elemosinare. Il giorno in cui decido di andare e vado, no non è una dichiarazione di guerra, vi amo, vi adoro, tutti. Ma non è colpa mia se i nostri tempi non coincidono, io vado. Devo andare, ho tante cose da fare, non posso più aspettare. Che la giornata sia quella giusta, che i soldi siano abbastanza, che stelle abbiano la giusta congiuntura, che la testa smetta di girare, che il mondo smetta di girare. Cosa c’è da spettare? Apparecchierò con la mia tovaglia più bella, berrò nei bicchieri più preziosi. Per cosa li conservo? Tirerò fuori dai bauli quell’inutile corredo, quelle camicie da notte che non potrei stirare neppure avendo un fine settimana di tempo, e me ne andrò a Parigi, forse pure in Bretagna e visto che ci sono anche in Cornovaglia. Farò quello che voglio, perché se no quel giorno in cui potrò fare quello che voglio non arriverà mai e io non voglio arrivare a quel giorno in cui non c’è più tempo e accorgermi di aver passato la vita a sprecare tempo. Vado e non so se torno, vado e non so se poi ti riconosco, vado perché vagare è l’unica cosa che mi tira su il morale.

Giorno 4

 

 

Quello in cui ti svegli presto, molto presto così presto che ti chiedi: ma che faccio in piedi a quest’ora, tra quanto tempo potrò rivolgere la parola a qualcuno e che fine ha fato quella ragazza a cui non si poteva rivolgere la parola prima di due ore da viva perché il risveglio era una condizione che la lasciava per mezza mattina con i sintomi da stress post traumatico?

Boh? Il giorno in cui capisci che invece se chiederti se ci sarà una prossima vita a riabilitarti e a riabilitare tutte le merdacce incontrate o a riparare tutte le malefatte tue di questa vita, realizzi che la reincarnazione esiste ed è quella che una, tre, quatto, cinque volte, come Pinocchio, finisci col realizzare in una stessa vita. Se quel giorno ti senti mistica comprendi che se vale per il corso di una vita potrebbe essere come una esperienza omeopatica di quello che ti aspetta dopo. Ma per fortuna non ti svegli mai mistica e cerchi nell’armadio, invece di quella ragazza, una cosa da metterti, anche se fuori non c’è ancora luce e pensi a quanto è bello quel tempo in cui non puoi parlare con nessuno, sei sospeso nell’universo, nascosto agli dei, tra te e te, puoi fare di quel tempo quel che vuoi: leggere, scrivere, pensare, non pensare, uscire, camminare, respirare, meditare, fare yoga, sentirti grata, connetterti con il mondo. Invece ti fai un caffè.

Giorno 3

 

Il giorno in cui capisci che non vuoi spiegare. Arriva così, come il latte che si versa e pensi che ti ci vorranno delle ore per scrostare la cucina (ma tanto il latte non lo bevo più…), arriva come un giorno di pioggia quando avevi programmato un pic-nic (solo nei miei sogni, quello in cui vivo in un cottage…), comunque arriva e non puoi farci nulla. Non hai più voglia di dibattiti, catene di forti ragioni, delucidazioni, precisazioni, discorsi illuminanti, frasi che facciano comprendere, che ti facciano sentire compresa. Non importa, non capisci? Pazienza, io non ti spiego, basta. Se vuoi capire provaci, se non vuoi capire resta all’oscuro, non è detto che sia peggio. Arriva quel giorno e ti dici ma perché non è arrivato prima? Quante parole inutili e quanti mal di pancia e lacrime e grumi sparsi di emozioni e pezzi di disperazione ovunque che nessuno voleva, neppure io. Arriva il giorno del silenzio d’oro, il giorno dei proverbi e un bel tacer non fu mai scritto. Arriva, un giorno arriva e smetti di spiegare e improvvisamente hai tanto tempo.

Giorno 2

 

Il giorno in cui ti accorgi che preferisci l’autunno all’estate è un altro segno dei tempi, i tuoi, che non sono più verdi, te ne accorgi così: il caldo ti infastidisce, cominci a desiderare da maggio le giornate in cui per riscaldarti le mani hai bisogno di una tisana (una tisana, che già questo ti dovrebbe far salire o almeno rivoltare il gggiovane che era in te), poi arriva settembre e continui ad avere caldo, anche se piove e allora ti rivolgi al Santo Natale, che venga presto con il suo carico di doni che non ti piaceranno e di dolci che non potrai mangiare e pure di luci, che ti piacciono, e infatti le accendi anche a ferragosto e niente, non c’è scampo, neppure un piccolo spiraglio, una promessa che smetterai di sudare e di bere come un cammello perché ti devi idratare, per carità. No, è inutile che tiri fuori la scusa del riscaldamento globale, che prima il caldo era meno caldo e che,  signora mia, è l’umidità il problema. NO. Arrenditi, sei tu che non sopporti più il caldo e neppure il freddo, non sopporti più nulla e te la prendi con il tempo, e ti ricordi la frase scritta sul muro dallo scrittore che non aveva mai pubblicato del Favoloso Mondo Di Amélie: Si parla del tempo per non parlare del tempo che passa. Brava, sei diventata un cliché. Sei contenta? I cliché esistono perché funzionano, ti dici. Scuse, non fai che trovare scuse e prima o poi le finirai. E’ passato un minuto da quando l’estate non finiva mai e il sole ti baciava e restituivi i suoi baci e il caldo non lo sentivi e neppure il sonno e la stanchezza. Dove siete, anni maledetti? Chi vi ha chiesto di andarvene?

Giorno 1

 

Ho imparato a bere il caffè senza zucchero, a dolcificare con la cannella, a mangiare la marmellata, sono stata una bambina che non mangiava marmellata, non è che non mi piacessero i dolci, odiavo la marmellata. Ora mi piace. E’ così che si invecchia? Imparando ad apprezzare la marmellata? La colazione di stamattina mi è sembrata come quella del proverbio; una colazione da re. Ho mangiato pane con farina integrale di farro, uvetta e crema di mandorle e marmellata, senza zucchero. Mi è sembrata una colazione buonissima, luculliana. E’ così che si invecchia? Pensando: ah quante cose belle mi dà la vita, una colazione con pane, burro e marmellata, anche se è una colazione con finto pane, finto burro e pure finta marmellata perché è senza gli stramaledetti zuccheri aggiunti.

Quand’è che si comincia ad accontentarsi e ad essere contenti? E’ così che si invecchia?

Faccio sogno strani, è un po’ di tempo che mi sogno dall’alto, da piccola e di spalle. Stanotte mi sono vista con uno scamiciato (è così che si chiamavano negli anni ’70 i vestiti per bambine) era grigio, calze corte e scarpette, mi sono sognata con delle scarpe anonime, non con le scarpe che,  sicuramente,  avrei voluto. Mi sono sognata come ero, ma dall’alto e mi davo le spalle. Caterina mi ha detto che ero una bambina stralunata e sempre arrabbiata, per forza Caterina, a nessuno interessava che avrei voluto delle scarpe diverse, a nessuno interessava il mio senso estetico e allora me lo inventavo. La maestra mi fece scrivere una paginetta di IO VIVO SULLA LUNA, fu una umiliazione, ma quante cose ho capito ricordando quella umiliazione. Ora la maestra manda messaggi di buongiorno sulla chat di compagni di classe in cui io, a distanza di 40 anni mi dico, meno male che ero sulla luna, sarei morta di noia a 7 anni, se no. Ogni giorno mi riprometto di uscire da quella chat fatta solo di buongiornissimi e invece non lo faccio, perché mi sembrerebbe di essere scortese. E pensare che ho fama di esserlo.

Il mio caffè è allungato con il latte di mandorla o di avena, anche il latte non è vero. Comunque da bambina non mi piaceva, poi invece mi è piaciuto, moltissimo.

La mia colazione preferita l’ho fatta per un anno tutti i giorni: latte intero e caffè e due, dico due, madeleines La Bonne Maman. La colazione perfetta di un anno perfetto. Quale è il momento in cui si passa dall’anno perfetto a quello in cui non puoi mangiare più le madeleineis?

Il momento in cui invecchi, ammettilo, dai.

Gita a Brighton

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Brighton dista da Londra circa un’ora, decidemmo di andarci in una mattina di novembre, cosa sapevo di Brighton? Ripensavo alle scene del film tratto dal libro di Graham Green, Fine di una storia, con Ralfh Fiennes. Ricordavo il Pier, poi una giostra, l’atmosfera lattiginosa, da fine di una storia. Decadente e triste. Però mi piaceva l’idea di fare una gita e J., che in quei giorni era una compagnia insolitamente paziente e con lo sguardo rivolto a me, la scelse come destinazione. Così prendemmo il treno da King’s Cross, dove io cercai con lo sguardo il binario di Harry Potter ma non lo dissi a J., per non essere derisa. Molto tempo dopo, come se si fosse accorto della mia ricerca, ma non mi avesse detto nulla per non imbarazzarmi, mi disse che a King’s Cross, c’è solo una targa che parla di Harry Potter e del suo binario, dove i ragazzini fanno i selfie, beh gli dissi, non è che uno si aspetta proprio di trovare il binario numero 9 e tre quarti, senza sentire la mia risposta continuò dicendomi che nel libro l’autrice descrive la stazione di Euston, pur  chiamandola King’s Cross e che poi a King’s Cross avevano dovuto rimediare con una targa alla fama improvvisa e immeritata. Va bene, aggiunsi, immeritata, non esageriamo, stiamo parlando di una storia in cui c’è poco di realistico. Va bene mamma, hai capito, chiuse l’argomento.

Comunque quel giorno andammo a Brighton e c’era il sole, il sole inatteso e prezioso di inizio novembre a Brighton. La città non è grande, la girammo forse in un paio d’ore e con tutta calma, a me sembrò una piccola Londra, con un lato più bohémienne e struggente, per via del mare.

Ci fermammo a mangiare in uno di quei ristoranti che si affacciano sulla strada del mare, un grande ristorante pieno di gente che mangiava pesce, crostacei, e che sembrava felice.

Anche io lo ero, in quel modo un po’ vago in cui si può essere felici dopo un grande spavento, quando ancora non sai se il pericolo è scampato però ti senti bene per il solo fatto che c’è il sole, sei lì, il mondo non si è fermato e ti promette altri giorni luminosi. Dopo il pranzo, riprendemmo la passeggiata sulla spiaggia, ci fermammo a guardare i piccoli negozi che cominciavano al chiuso e proseguivano sulla spiaggia, disponendo gli oggetti ordinatamente e con quella grazia compiuta che per ragioni che mi sfuggono, ritrovo solo in alcuni luoghi, altrove, quel metodo, diventa, suk. Mi piacque così tanto che volli qualcosa da riportare a casa, da tenere con me per sempre. Trovai un bellissimo bricco, a forma di scatola di latte con una apertura su uno dei due lati, che riproduceva l’apertura quotidiana della scatola del latte fresco. Sul piccolo bricco di porcellana c’è il disegno di un gatto, riprodotto per ogni lato, ma non si tratta di un oggetto lezioso, è un oggetto che io guardo tutti i giorni quando apro la credenza per prendere la mia tazza mattutina, è un bricco pieno di poesia, bianco e indaco, il ricordo della mia giornata a Brighton piena di poesia e di passi amorevoli e silenziosi.