Istanbul è una città di cuori infranti 4

Nihan e Kemal (“Non so più dov’è la mia casa”. “Sono io la tua casa”)

Seduta sulla terrazza del bar mentre aspetto che si raffreddi il mio caffè americano, ho visto avvicinarsi un uccellino, non so distinguerli, ma mi è sembrato di quelli più comuni, aveva le piume stropicciate e ho avuto la sensazione precisa che avesse sete, che si sia avvicinato a me per bere, che mi abbia chiesto aiuto, ma è andato via prima che potessi farlo e mi è rimasto vivo il ricordo di quegli occhi imploranti e la sensazione di inutilità e impotenza che mi hanno lasciato. Perdonami, non riesco neppure a dare un po’ d’acqua a un esserino come te. Anzi non perdonarmi, non è il caso.

Se provate a chiedere a chi segue le serie turche, qual è la serie che hanno amato di più,   due su tre  vi diranno Kara Sevda, per ragioni che in parte mi sfuggono, ma vi dirà così: io l’ho cominciata e lasciata infinite volte, poi ripresa e poi lasciata, vista imprecando e poi lasciata ancora e ripresa, dopo aver visto l’ultima puntata su Youtube ho scritto il seguente messaggio: lo sceneggiatore è sadico.

Lo penso tutt’ora. Non dovrei svelare il finale e cercherò di non farlo, ma diciamo pure che conta poco (non è vero ma lo diciamo) comunque questa serie supera la 70 puntate, il cattivissimo Emir è sempre un passo avanti ai nostri eroi, sembra che non vada mai bene niente per i buoni, le tregue sono brevissime, è tutto un susseguirsi di cattiverie e tradimenti di fratelli, sorelle e figure di riferimento, un inferno. Unica certezza: l’amore di Kemal per Nihan, amore infinito, amore cieco (Kara sevda vuol dire amore cieco) amore inverosimile e amore impossibile, naturalmente.

Gran parte degli amori raccontati dalle Dizi (termine che identifica in turco le serie) sono ossessioni, come quella di Emir per Nihan, costretta a sposarlo e a lasciare Kemal perché ricattata da Emir, ma anche Kemal sarà vittima di un amore ossessivo di quella che poi si scoprirà essere la degna sorella pazza di Emir. Non che la sorella di Kemal sia meno pazza, beh forse un po’ meno sì, ma di sicuro anche lei ossessionata da Emir. Non preoccupatevi se non avete capito niente, non è necessario capire, la serie è stata concepita per farvi soffrire. (…)

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9) In principio fu la luce

La bellezza intensa fa pensare alla morte, per quanto sfuggiamo alla morte nella bellezza, bellezza e morte si richiamano. Nel pensiero della bellezza sfuggente, nel desiderio di intensità, la bellezza è come un abisso, un buco che si ingrandisce e nel quale vorremmo precipitare, tutti e tutti prima o poi ci precipitiamo spingendo proprio lì dove fa più male.

L’unico antidoto a quel dolore è la bruciante passione, la cosa più vicina all’eternità che la natura umana può provare in vita, pare. Ma per quel che dura, per il poco che rimane, per tutto il cumulo di macerie e disperazione che porta dietro di sé, non ne vale la pena. Non a quest’ora, in questo giorno e con l’intensità di questa luce mentre davanti a me tutto urla di blu.

Te lo deve dire un giorno, te lo devo raccontare.

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In morte di Jole

Non conoscevo bene Jole Santelli, non ricordavo la sua carriera politica, però l’intervista da neo presidente senza voce la ricordo, pensai che doveva essere sfinita, non sapevo nulla della sua malattia. Mi considero una persona mediamente informata, negli anni in cui la carriera politica di Jole Santelli decollava, seguivo la politica, interesse che ho perso del tutto, eppure di lei non ho ricordi, non essendo probabilmente attratta da un profilo politico come il suo. Pregiudizi di cui mi pento, ho attraversato come tanti la contesa politica come si fa con il tifo calcistico, per principio e assolutamente convinta di essere dalla parte dei buoni, litigando con persone degnissime mentre chi ci mandava nell’arena, sorseggiava drink e contava i soldoni, dando grandi pacche sulle spalle agli avversari; è un’argomentazione qualunquista, lo so e mi autodenuncio: sono qualunquista.

Vedendo le foto di lei trentenne, ho stentato a sovrapporla a Jole Santelli presidente della Calabria che conoscevo io. Ho pensato che il suo aspetto fosse stato trasformato dalle terapie, ho pensato che lei, pur essendo forse stata selezionata anche per il suo aspetto da Berlusconi, non si sia preoccupata più di apparire in forma, si è presa la sua carica per la quale ha continuato a lavorare fino alla fine.

Una grande passione ti riempie la vita forse, oppure ti aggrappi a quello che hai quando la tua vita si ribalta. Non lo so, credo che ognuno reagisca ai grandi cambiamenti come meglio può e la cosa migliore è che ognuno possa davvero fare come preferisce.

Ma non ho potuto fare a meno di pensare che convivere con una malattia che prosciuga tante energie non fosse compatibile con una vita piena di impegni così stringenti.

Quindi, ho smesso di leggere tutte le parole di circostanza la decima volta in cui ho letto la parola “guerriera”.

Ecco, ognuno ha le sue idiosincrasie, io ne ho una grande con l’espressione Guerriera.

Si utilizza per lo più con le donne che hanno un tumore, di solito si dice che combattono con un tumore. La terminologia della malattia è mutuata da quella della guerra, esattamente come quella delle campagne elettorali, del resto.

Trovo ingiusta questa pressione, a dover essere vincenti o ad avere un atteggiamento “vincente” anche nei confronti di una malattia.

Oltre a essere ingiusto è inutile.

La malattia è tante cose, ma di sicuro non è una guerra. Sono parole vuole, non vogliono dire nulla. Una malattia va accettata, se possibile superata, spesso ci si può solo convivere senza per forza essere un esempio, un faro, una che non deve chiedere mai.

Ecco almeno quando siamo malate, non fateci essere uno stereotipo, tra la vittima e la guerriera, dateci lo spazio per essere quello che vogliamo.

Ci sono donne che ne vogliono parlare, altre che non ne vogliono parlare, alcune fanno finta di niente, altre ne sono ossessionate (anche far finta di niente è un modo per esserne ossessionate), la vita è quel che ci capita mentre facciamo progetti per altro, lo diceva John Lennon.

Con la speranza che Jole abbia scelto di vivere come ha vissuto i suoi ultimi anni,  prometto a lei battaglia strenua contro l’espressione Guerriera.

 

 

 

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la notte e la paura

La notte mi sveglio e mi ricordo che non posso andare dove voglio perché c’è il Covid, poi però se sono abbastanza sveglia e non è uno di quei risvegli lievi tra un braccio sotto il cuscino e una mano per togliermi i capelli davanti agli occhi penso che anche prima non potevo fare tutto quel che volevo e che è solo un ostacolo in più e che no il Covid non mi ha insegnato nulla e non sono una persona migliore o  forse ho solo abbastanza anni da aver già imparato quel che potevo, il resto lo imparerò, prometto.

La limitazione più grande per me sono stati gli spostamenti, non poter andare dove avrei voluto. Ah pensa a quelli che sono morti. Ci penso e potevo essere uno di loro e oltre a non esserci più avrei vissuto pure la limitazione degli spostamenti. Va bene così?

Per ragioni che non interessano a nessuno, lo scorso anno per alcuni mesi non mi sono spostata e non c’era il Covid, ho pensato di lasciar trascorrere quei mesi perché tanto ci sarebbe stato il 2020, ecco io questo l’ho proprio imparato, a non lasciar trascorrere nulla, fare il possibile, cautelarmi e cautelare per quel che posso, ma fare quel che devo perché non posso far decidere tutto alla paura.

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il caffè

Siccome è un giorno in cui mi sono svegliata dal lato sbagliato, ho subito pensato: come rimediare?  La prospettiva era un declivio. Ah mi sono detta, non preoccuparti arriverà il minuto, anche in questo giorno, in cui ti accorgerai che non tutto è perduto. Ma il tempo passa e il declivio si allarga. Non temere, arriverà quel minuto, devi solo aspettare e sperare ma chi di speranza vive si sa come muore, ma io non muoio mi sono detta, non oggi e nel caso non muoio disperata e comunque tra 100 anni non ci sarà più nessuna delle persone che conosco, quindi anche oggi esco e non ci penso più. C’è il sole guarda, c’è il sole, consolati, c’è sempre il sole. Non basta il sole. Molto meglio il caffè e il suo odore.

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Vivesti solo un giorno, come le rose.

Una ragazza che si tuffa nel fiume, in un giorno di afa e poi scompare trascinata dalla corrente. Hamsa si chiamava, la ragazza di origini marocchine, si affrettano a scrivere. Mi sono dimenticata subito di Hamsa. Ho poi letto di suo padre e non ho più smesso di pensarci,  ho pensato a lui che entrava nell’Adda per cercare sua figlia, ci ho pensato ogni giorno e mi sono chiesta  cosa pensava e cosa faceva, come la cercava e cosa cercava. Un bagno da fare ancora insieme. La speranza che pur dragando palmo a palmo il fiume non l’avrebbe trovata. Una piccola storia straziante, ancora più straziante sapere che in quella ricerca quell’uomo magari era solo, che gli amici gli dicevano: lascia perdere, il fiume non è detto che te la restituisca. E invece lui, ogni giorno, per 21 giorni,  si è alzato e ha detto a sua figlia: sto venendo a prenderti, sto venendo a cercarti, non farti trovare ti prego, lasciami restare con te in quel fiume, lasciami ancora fare qualcosa per te.

Hamsa aveva 15 anni, un trafiletto nelle notizie di cronaca, si potrebbe dire, se qualcuno leggesse ancora i giornali di carta. Chissà cosa sarebbe diventata Hamsa se solo non fosse stata trascinata dalla corrente. Chissà come sarebbe diventata e come sarebbe stato orgoglioso suo padre di lei. Nessuno lo sa, nessuno può saperlo. Ma oggi suo padre non è entrato nel fiume per cercarla.

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