Leonard e Marianne

Leonard Cohen arriva a Hydra agli inizi degli anni ‘60, una piccola isola a un’ora circa da Atene, lui racconta che ci arrivò per caso e fu abbagliato dalla bellezza della vita semplice  su quella isola luccicante.  Non è ancora un cantautore, neppure immagina che lo diventerà, è già uno scrittore, controverso e poco conosciuto ma neppure il libro che scriverà a Hydra, Beautiful Losers, gli darà un po’ della fama e dei soldi a cui aspira.

A Hydra negli anni ’60 c’è una comunità di artisti e intellettuali e Cohen lascia Londra, a quell’epoca viveva lì, e compra a Hydra una casa per 1500 dollari. In quegli anni in un’isola della Grecia si viveva con 1000 dollari all’anno.

Leonard a Hydra scrive, fa uso di droghe, ma soprattutto incontra Marianne Ilhen, una ragazza norvegese, sposata con uno scrittore. Marianne  naturalmente è la Marianne di “So Long Marianne”. Leonard si prende prima cura di suo figlio a cui fa da padre e inizia una storia d’amore con Marianne che non finisce anche quando finisce.

Leonard e Marianne sono belli di quella bellezza che hanno solo coloro che non ne sono consapevoli, camminano per l’isola, fanno il bagno e nuotano nudi, Leonard scrive e Marianne gli lascia cestini con panini e bevande. Sono gli anni in cui le famiglie allargate e l’amore libero sono un dato di fatto, non una possibilità da costruire, sono anche anni in cui l’amore libero fa molti danni, perché ai figli l’amore libero dei genitori non piace per niente e perché il più delle volte dietro a un dei componenti della coppia che vive liberamente, c’è qualcuno che soffre immensamente.

Tra Leonard e Marianne va un po’ così. “Avrei voluto rinchiuderlo in una stanza e ingoiare la chiave, tutti volevano Leonard, per quanto si dava per come era compassionevole”, dirà Marianne, “Ma se scegli l’uomo bello, forte e oscuro, va così”.

Tra Leonard e Marianne l’amore dura 8 anni ma parliamo di una storia che non si interrompe mai del tutto, quando Leonard lascia Hydra definitivamente, vuole con sé Marianne e il suo bambino, ma sarà un disastro. Marianne riprende la sua vita, lascia suo figlio in un collegio in Inghilterra convinta di fare bene e di farlo perché necessita di una istruzione, e continua la sua vita tra nuovi amori e nostalgia. Rinuncia ad avere il figlio di Cohen perché Cohen non vuole figli, fa quello che fanno le donne che devono essere evolute e disinvolte, senza averne nessuna voglia.

Anche Marianne lascia Hydra, molti anni dopo, e torna a Oslo, dove farà la segretaria e sposerà Ian, un brav’uomo, se si può usare questa espressione senza che sembri un insulto. Suo figlio, naturalmente sarà quello che chiameremo un figlio problematico, altro grande classico delle famiglie aperte di quegli anni.

A cambiare il corso della vita di Leonard e Marianne è proprio la svolta musicale di Leonard, che dal punto di vista di Marianne, le rovina la vita.

Leonard Cohen piaceva moltissimo alle donne un po’ depresse (lo dicono i suoi musicisti, non io) che ascoltavano le sue canzoni malinconiche e lui non disdegnava la loro compagnia, per un pomeriggio o anche di più, la vita di Marianne senza Leonard fu meno brillante, ma lui non smise mai di sostenerla anche economicamente, per un po’ la storia con Marianne si sovrappose a quella con la Suzanne della canzone, ma dell’amore con Suzanne non abbiamo testimonianze così calorose, sembra che Suzanne fosse un po’ perfida, questo raccontano gli amici.

Leonard Cohen a un certo punto della sua vita si ritira in un monastero buddista per 6 anni, quando ritorna alla vita “normale” ha 70 anni e la sua segretaria gli ha rubato 5 milioni di dollari che non recupererà, quindi è costretto a rimettersi a cantare, lo fa ottenendo un grande successo. Per il concerto di Oslo, Marianne fu invitata insieme a Ian. Le immagini di quel concerto e i loro sguardi sono visibili nel film documentario “Leonard & Marianne: words of love”. (L’ho visto ieri sera e sa signora mia, mi è piaciuto molto; col finale ho pianto tanto…).

Marianne si ammala di leucemia e un giorno, quando sta per morire, chiede a un amico comune di informare Leonard della sua morte ormai prossima. In meno di due ore la raggiunge questo messaggio: “Carissima Marianne, sono proprio dietro di te, abbastanza vicino da prenderti la mano. Non ho mai dimenticato il tuo amore e la tua bellezza. Ma questo già lo sai, non ho bisogno di ripeterlo. Fai buon viaggio, amica mia. Ci vediamo lungo la strada. Con infinito amore e gratitudine, il tuo Leonard.” Leonard Cohen muore tre mesi dopo  Marianne, la sua musa.

Hydra nel frattempo, come dirà nel documentario l’unico amico di Marianne che ancora ci vive, è diventata un parco giochi per ricchi.

 

 

 

 

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Puglia e americhe

Partecipo e assisto, impossibile sottrarsi, allo storytelling sulla Puglia, un po’ compiaciuta e un po’ stupita; a volte mi sento raccontata come il resto del mondo raccontava “le americhe” scoperte da Cristoforo Colombo. Colombo aveva scoperto l’America, ma l’America c’era anche prima e con l’America i suoi abitanti, no? Gli abitanti dell’America, l’America l’avevano già scoperta, vero? Si può dire che hanno dovuto subire il racconto degli invasori?

Facendo le debite proporzioni (non ci sono invasori, ma turisti che aiutano la nostra economia) non è un po’ stucchevole la retorica sulla magia della Puglia? La Puglia è Brand che tira, tira moltissimo, lo abbiamo capito,  perché il suo paesaggio lo rende possibile, perché il cibo è buono, perché l’architettura spontanea la rende naïve e stupefacente, (se non si sposta troppo lo sguardo, se si guarda fissi un punto, perché c’è anche tanta, tanta bruttezza), la Puglia è tutto questo, nessuno lo vuole negare, ma sta diventando difficile convivere con la Puglia da cartolina, perché è anche molto altro, ad esempio molta parte dell’industria turistica è in mano alla criminalità, lo sappiamo noi nativi delle americhe, ma partecipiamo alla nascita e alla crescita del luogo comune di terra mmmmeravigliosa, anche il concetto di Puglia deriva dalla recente operazione di brandizzazione: perché terra di Bari, terra d’Otranto e Capitanata erano e in larga parte sono, 3 luoghi diversi, infatti si parlava di Puglie, adesso che la Puglia è di moda, i fuori sede “scendono in PPPuglia”, con tre P, come se esistesse, come se non fosse, un giusto, ben riuscito, prodotto del marketing dell’Apulia Film Commission.

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Che ci faccio io qui

Se dovessi raccontare cosa mi ha colpito della mia isola, direi senz’altro il profumo. Il profumo che si rincorre e si alterna, quello di giugno quando prevaleva la rosa e la zagara e poi forte il gelsomino, quello di ora; il mirto e poi l’origano e poi il finocchietto e poi, improvviso, il gelsomino.

Tra giugno e luglio la differenza è quella che intercorre tra due stagioni, non c’è molta gente e questo rende tutto rarefatto. Da qualche giorno viene una tortora a osservarmi, se fossimo di più non oserebbe, credo. Capisco perché la signora Durrell portò i suoi figli in un’isola dello ionio, a Corfù, lei e i suoi bellissimi figli.

Capisco che uno di loro sia diventato un importante naturalista, oltre che scrittore, lo capisco profondamente anzi lo ammetto: Una famiglia e altri animali è uno di quei libri che mi ha ispirata e portata fin qui, non troppo lontano da casa, ma altrove. Io lo chiamo il mio ritorno a casa da espatriata. Dimensione che mi segue anche a casa. Poi ho un altro ricordo, dal film Il Danno; Jeremy Irons con le buste della spesa che torna a casa, dopo Il Danno senza speranza di redenzione, che ha causato. Non si capisce dove è, ma si capisce che si tratta di un’isola greca.

Non credo di aver causato alcun danno, tranne che a me stessa (come la maggior parte degli esseri umani) ma davvero, credo che entrambi questi riferimenti mi abbiano ispirata e ora sono qui, su un’isola che fa i conti con la mancanza di turismo, gli aerei e le vacanze che vengono cancellate, la natura si allarga, prende più spazio, gli abitanti non sembrano contenti. C’è più gente che a giugno, ma sempre poca gente, dicono. Per me che non cerco mondanità, va benissimo però ho anche io la percezione di un’isola e di una capacità di accoglienza sovradimensionata rispetto a chi la occupa.

Ieri ho fatto lezione di Yoga con un gruppo di ragazze – signore di Sami, erano giorni che mi appostavo davanti al cortile della scuola in cui le vedevo praticare. In un altro momento avrei lasciato perdere, avrei rinunciato. Invece ho aspettato e ho chiesto se potevo partecipare, così ieri sera ho fatto una bella lezione di Yoga in compagnia, con una maestra che parlava greco, ma lo yoga ha questo potere, non serve conoscere la lingua, se conosci la pratica, basta guardare e anche guardare non è del tutto necessario, io capivo oreà e anche polì oreà comunque 😀

La lezione è stata intensa, una lezione di Vinyasa immersa completamente tra il verde della collina e la bandiera greca che vedevo ogni volta che alzavo lo sguardo. Che ci faccio io qui? Non lo so, ma è divertente e anche incredibile.

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Gita a Brighton

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Brighton dista da Londra circa un’ora, decidemmo di andarci in una mattina di novembre, cosa sapevo di Brighton? Ripensavo alle scene del film tratto dal libro di Graham Green, Fine di una storia, con Ralfh Fiennes. Ricordavo il Pier, poi una giostra, l’atmosfera lattiginosa, da fine di una storia. Decadente e triste. Però mi piaceva l’idea di fare una gita e J., che in quei giorni era una compagnia insolitamente paziente e con lo sguardo rivolto a me, la scelse come destinazione. Così prendemmo il treno da King’s Cross, dove io cercai con lo sguardo il binario di Harry Potter ma non lo dissi a J., per non essere derisa. Molto tempo dopo, come se si fosse accorto della mia ricerca, ma non mi avesse detto nulla per non imbarazzarmi, mi disse che a King’s Cross, c’è solo una targa che parla di Harry Potter e del suo binario, dove i ragazzini fanno i selfie, beh gli dissi, non è che uno si aspetta proprio di trovare il binario numero 9 e tre quarti, senza sentire la mia risposta continuò dicendomi che nel libro l’autrice descrive la stazione di Euston, pur  chiamandola King’s Cross e che poi a King’s Cross avevano dovuto rimediare con una targa alla fama improvvisa e immeritata. Va bene, aggiunsi, immeritata, non esageriamo, stiamo parlando di una storia in cui c’è poco di realistico. Va bene mamma, hai capito, chiuse l’argomento.

Comunque quel giorno andammo a Brighton e c’era il sole, il sole inatteso e prezioso di inizio novembre a Brighton. La città non è grande, la girammo forse in un paio d’ore e con tutta calma, a me sembrò una piccola Londra, con un lato più bohémienne e struggente, per via del mare.

Ci fermammo a mangiare in uno di quei ristoranti che si affacciano sulla strada del mare, un grande ristorante pieno di gente che mangiava pesce, crostacei, e che sembrava felice.

Anche io lo ero, in quel modo un po’ vago in cui si può essere felici dopo un grande spavento, quando ancora non sai se il pericolo è scampato però ti senti bene per il solo fatto che c’è il sole, sei lì, il mondo non si è fermato e ti promette altri giorni luminosi. Dopo il pranzo, riprendemmo la passeggiata sulla spiaggia, ci fermammo a guardare i piccoli negozi che cominciavano al chiuso e proseguivano sulla spiaggia, disponendo gli oggetti ordinatamente e con quella grazia compiuta che per ragioni che mi sfuggono, ritrovo solo in alcuni luoghi, altrove, quel metodo, diventa, suk. Mi piacque così tanto che volli qualcosa da riportare a casa, da tenere con me per sempre. Trovai un bellissimo bricco, a forma di scatola di latte con una apertura su uno dei due lati, che riproduceva l’apertura quotidiana della scatola del latte fresco. Sul piccolo bricco di porcellana c’è il disegno di un gatto, riprodotto per ogni lato, ma non si tratta di un oggetto lezioso, è un oggetto che io guardo tutti i giorni quando apro la credenza per prendere la mia tazza mattutina, è un bricco pieno di poesia, bianco e indaco, il ricordo della mia giornata a Brighton piena di poesia e di passi amorevoli e silenziosi.

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Cappuccetto Bianco

Quella mattina sembrava dovesse nevicare per sempre, era caduta talmente tanta neve, che mentre camminavo, nel silenzio ovattato delle giornate nevose, riuscivo solo a pensare alla favola di cappuccetto rosso rivisitata, che avevo letto tanti anni prima, di Bruno Munari,  si chiamava Cappuccetto Rosso, Banco e Verde, dove, se per ogni colore c’era un destino diverso, in una, si vedevano solo gli occhi blu, perché cappuccetto rosso era diventata cappuccetto bianco e lei era vestita di bianco e tutto intorno, nel bosco bianco e sulla strada bianca, spuntavano solo i suoi occhi azurri. Io non ero una bella bambina con gli occhi azzurri vestita di bianco, io ero sempre io, ma la neve di quella giornata mi rendeva spiritata come se fossi diventata tutta occhi che camminavano, come nella favola che avevo letto qualche anno prima e che ricordavo così bene. In boulevard Raspail nulla era come il giorno prima, i parigini che erano usciti al mattino con le scarpe di pelle, con le scarpe col tacco, con le scarpe di tutti i giorni per andare a lavoro, erano tutti in fila da Dechatlon, questo lo avrei saputo qualche ora dopo, io mi aggiravo per il 14 arrondissement con gli occhi al cielo, non è che non avessi mai visto la neve, ma era quasi Natale e quella era la mia prima nevicata a Parigi ed era tanta ed era bella e mi riscaldava tutto quel bianco, come se avessi una cioccolata calda profumata nel cuore.

Guardavo le vetrine di una pasticceria e mi chiedevo che sapore poteva mai avere laBûche de Noël, quando la vidi in lontanza. Cristine era nel mio corso, una bella ragazza alta e sottile, con i capelli castani, gli occhi grandi e l’aria felice. Aveva un tramezzino in mano, pensai che faceva troppo freddo e quei tramezzini li conoscevo, erano nel reparto frigo di Carrefour. Io avrei preferito digiunare. Ma Cristine era precisa, quando era ora di pranzo mangiava, qando doveva ringraziare, ringraziava. Sorrise vedendomi, era così, quando doveva sorridere, sorrideva. Forse i miei erano pregiudizi, sapevo che era svizzera, probabilmente questo condizionava il senso che davo alle sue azioni.

Un paio d’ore più tardi la rividi, prima di entrare in aula. Si lamentava del fatto che le sue scarpe erano bagnate, che tutto questo da lei non sarebbe mai potuto succedere, che la neve si può prevedere e che in Svizzera non ci si fa trovare dalla neve senza il sale per le strade, che lei le scarpe non se le era mai bagnate quando nevicava. Non parlavo e pensavo che per fortuna da dove venivo io non nevicava mai, però con due gocce d’acqua le città si paralizzano. Marion la zittì, in Svizzera siete in pochi, fate presto a mettervi a riparo, qui siamo a Parigi e poi questa neve non era prevista. Silenzio.

Io le toccai la giacca, era completamente asciutta, mi stupii e glielo dissi. Mi rispose che suo padre aveva passato l’estate a cercarle e poi a sceglierle, la giacca giusta per l’inverno a Parigi. Mi stupì sapere che una ragazza facesse scegliere a suo padre la giacca che avrebbe indossato durante l’inverno lontana da casa, ma mi allietò sapere che esistono padri che passano le estati a scegliere indumenti abbastanza caldi e confortevoli per le loro figlie. Non so più nulla di Cristine, però sono assolutamente certa che stia bene: di cosa può avere bisogno una donna che ha un padre che le sceglie l’indumento giusto per attraversare l’inverno? Quella sera, la maggior parte delle persone che si erano riversata a Parigi dalla periferia, furono costrette a rimanere a Parigi perché non fu possibile rientrare, né con l’auto né con i mezzi pubblici. La nevicata aveva colto tutti di sorpresa e creò innumerevoli problemi. Dall’aula vidi i tetti innevati, la torre Eiffel luccicare e poco più in là, la torre di Montparnasse, mi emozionava sempre quella vista ma quella volta un po’ di più. Per me quella fu una giornata perfetta.

 

 

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Ostaggio del corriere di DHL

Ostaggio del corriere di DHL

Ogni tanto lo faccio, compro scarpe online, lo so che alcuni acquisti sono oggetto di studio e che attengono alla compulsione, ma io ogni tanto lo faccio. Di solito online compro libri, qualche piccolo elettrodomestico, cose difficili da reperire, le scarpe raramente e quando lo faccio sbaglio, le scarpe bisogna provarle.

Ma le scarpe su di me hanno un effetto ipnotico, chi volesse corrompermi (ma non ho alcun potere, quindi perché dovrebbe?) potrebbe regalarmi scarpe, ma forse neppure regalarle, basterebbe la promessa. E’ una debolezza condivisa con milioni di donne, so anche questo.

Comunque ho comprato un sandalo che avevo già visto in una vetrina e che in quel momento mi era sembrato più intelligente non comprare, ma per le scelte intelligenti si nasce e io, modestamente, non lo nacqui.

Il sandalo ovviamente non andava bene e mentre nella vetrina mi era sembrato bello bellissimo, ai miei piedi mi è sembrato subito normale, normalissimo. Insomma, ho deciso di sostituirli, e questo è stato il secondo errore. Se sbagli e puoi restituire, restituisci e basta.

Ma veniamo a oggi,  intorno alle 12 ha citofonato il corriere e mi ha chiesto: “Signora lei deve restituire un pacco?” E io, balbettando: “Ma veramente sulla mail c’era scritto che avreste dovuto chiamarmi prima”. Terzo errore.

“No signora io non sono tenuto a chiamare nessuno”.

“Va bene, il pacco è qui bisogna solo chiuderlo”

“No signora io non posso aspettare”

Io, sempre balbettando ma già un po’ alterata: “Guardi che sulla mail c’era scritto che il corriere avrebbe dovuto guidarmi nell’imballaggio…”

“Senta signora, io posso tornare nel primo pomeriggio”, con un tono molto seccato.

“Scusi ma se lei è qui perché deve tornare nel primo pomeriggio?”

E questa è una cosa che ancora alle 19.00 non ho capito, è venuto a citofonare perché era sicuro di non trovarmi? Si trovava a passare, la mia voce lo ha subito indisposto? Mi conosce e mi odia?

Intanto il tempo passava e io lo pregavo di aspettarmi, che sarei scesa a portargli il pacco (mentre  sarebbe dovuto salire lui, ma comunque non ho avuto il coraggio di citare ancora l’inutile mail) lui, per tagliare corto mi ha detto:
“Senta signora, io ho da fare, guardi che lavoro con l’oncologico e ho consegne più importanti!”.

Allora ammetto di aver perso la testa per almeno due ragioni: è stato lui a citofonare a ad avere la sfortuna di trovarmi, doveva ritirare il pacco e fare il suo lavoro e se anche io passo la vita a comprare scarpe online, come si permetteva di giudicare il mio tempo meno importante di chi lo aspettava all’istituto oncologico? E soprattutto, lui come faceva a sapere che io le scarpe non le ho ordinate proprio durante un’attesa per una visita oncologica o magari durante una terapia? Insomma perché giudicarmi e come si permetteva?

Gli ho risposto: “E chi se ne frega”.

Il suo sotto testo era;  signora lei a quest’ora sta a casa, in questo condominio con un portiere h24, ma sa,  c’è gente che soffre e io lavoro e ho il mutuo da pagare.

Il mio sotto testo era: Cosa ne sa lei delle persone che comprano scarpe online?

Il risultato è stato che lui si è vendicato e non è passato neppure nel primo pomeriggio, non solo,  ha comunicato alla DHL un problema che non c’era, (ho chiamato il call center e l’ho saputo) visto che lui è venuto e io ero pure in casa, conclusione: giornata agli arresti domiciliari e forse, domani ritorna, quindi arresti domiciliari anche per domani.

E’ stata una catena di errori che si poteva evitare, il più grande è stato perdere la testa di fronte alla parola “oncologico” e non sospirare pietosa.

Signor Corriere, chiunque tu sia, sei un deficiente.

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