Istanbul è una città di cuori infranti

1) Omer e Elif

Mattino, isola dello Ionio, ore 8

Fuori c’è il sole, c’è il mare, dovrei andare a comprare una maschera per fare snorkeling, come tutte le persone normali che sono in Grecia, al mare.

Invece mi ricordo di te e di me in una stanza d’albergo a Otranto, fuori stagione e faceva pure freddo, mentre mettevo il rimmel, ti ho visto attraverso lo specchio dalla porta semichiusa, sono rimasta sospesa con la mia mano che teneva il rimmel.

Ho richiuso la porta velocemente un po’ emozionata e sorpresa, forse sono anche arrossita. Il rimmel lo uso poco altrimenti mi sarei ricordata di te più spesso.

Non è che non mi ricordi di te, certo che mi ricordo, sei sulla mia rubrica telefonica alla D di Dolore, sei finito alla D di Dolore dopo essere stato sottratto dalla M di Merdaccia, sei finito lì, così quando mi chiamavi mi ricordavo chi eri tu per me. E ora cambia tutto, sei alla D di un Dolore che non squillerà più.

 

Credo che uscirò per andare a tormentare il gioielliere del porto, ci vado almeno una volta al giorno, a volte resto fuori e guardo la mia croce in vetrina, altre volete entro e gli chiedo l’ultimo prezzo. Una piccola croce greca, in storia dell’arte al liceo ho imparato che la croce con la linea orizzontale e verticale della stessa lunghezza si chiama croce greca, ma potrei sbagliarmi, comunque la mia piccola croce con le pietre che sembrano caramelle è lì e mi chiama. Mi dico che è veramente stupido spendere tanti soldi per una piccola croce greca, ma la voglio. Però non oso comprarla e tormento il gioielliere.

Poi Torno sui miei passi, che non sono neanche pochi, da qui al gioielliere del porto sono circa tre km e altrettanti devo farne per il ritorno, ma è diventata l’occupazione della giornata e quando il sole cala, vado. A volte al ritorno mi fermo a bere una Perrier con una fetta di limone, il cameriere non me la fa neppure chiedere, sono diventata una cliente da “solito” per una bottiglia di acqua, credo pensi sia una ex alcolizzata. Del resto, chi resisterebbe qui giorno dopo giorno, in una stagione con pochi turisti e che ancora non è proprio stagione piena, perché è da poco cominciato giugno, se non una ex alcolista? E’ plausibile che lo pensino. Quindi mi porta la mia Perrier sorridendo, come per dirmi: hai visto come sono bravo? Lo so che sei l’ex alcolista che beve solo acqua.  Vorrei dirgli: guarda che io non ho mai bevuto granché, è solo che ora non bevo più neppure quel poco e mi dispiace, mannaggia, non fosse altro per non fare la parte dell’ex alcolista con te sul porto di Sami, a Cefalonia. Ma non solo per quello, anche perché mi manca quel leggero stordimento del secondo bicchiere di vino fresco in estate, le bollicine quando il vino con le bollicine è buono, del vino rosso quando fa freddo ed è come se ti accendesse un caminetto nel cuore. Ma ora è così e anche la Perrier non è male, è che ci si abitua a tutto.

Invece no, ci saranno pure cose a cui ci si abitua, forse mi abituerò all’aperitivo con la Perrier, ma non è vero che ci si abitua a tutto e per quanto lo ripeta a me stessa e a tutti coloro con cui interagisco, lo so. Ci sono cose a cui non ci si abitua mai.

Ho potuto abituarmi al pensiero che tu sia morto, ma mai che non mi volessi più.

Vado a tormentare il gioielliere, che, a proposito, credo sia un alcolista. Ha sempre un odore forte di alcool e la tristezza scolpita in faccia, all’inizio credevo di essergli antipatica o che lui fosse antipatico ma sono quasi certa ci sia un problema di dipendenza da alcol.

Sono davanti alla vetrina e guardo dentro, la porta è aperta, qui le gioiellerie hanno la porta aperta, ma il gioielliere non c’è dove lo vedo di solito, mi sporgo un po’ dentro e poi torno alla vetrina, per vedere se la mia piccola croce mi piace ancora. Sì, mi piace ancora. Mentre mi giro in direzione del ritorno, lo scorgo seduto sul tavolino a pochi metri da me, mi sta guardando, ma ora distoglie lo sguardo, sorride. Ride di me, eccola, pensa, stasera niente trattative, sono salvo. Lo guardo anche io, così che capisca che non finisce qui e che anche se ride di me, tornerò da lui e dalla mia piccola croce greca.

Quindi mi sposto più vicino al mare, percorro la banchina e in direzione delle ultime taverne, taglio verso la spiaggia, ho le cuffie ma vedo il cameriere della penultima taverna che mi dice qualcosa, come sempre, mi dice: tutto apposchto? Come deve avergli insegnato qualche deficiente, io faccio di sì con la testa, tutto apposto e tu, tutto apposto? Comincia ad arrivare gente?

Non mi pare, sto per dirgli, ma mi trattengo.

Aspettiamo gli inglesi, mi dice. Ahi voglia ad aspettare gli inglesi quest’anno, vorrei dirgli, “Forse quest’anno è più complicato, devono fare la quarantena al ritorno, per 10 giorni. E’ proprio una di quelle cose che ti scoraggia a muoverti.”

Sì ma a fine mese le regole cambiano, mi dice. Qui sul porto di Sami sappiamo quando Boris Johnson farà la prossima conferenza stampa sulle restrizioni. Non oso contraddirlo, lo saluto e rimetto le mie cuffie, riprendo la mia passeggiata.

 

E’ stata Elif a portarmi qui, prima di venire in Grecia ho passato un anno in Turchia, in un certo senso. L’isola che ha scelto Elif per il suo esilio è Bursa Golyazi, non è un’isola in effetti, ma una piccola penisola su un lago, ma non si capisce che è una lago vedendo la serie, la sua casa sembra sul mare. La sua casa dopo dopo essere andata via, ha lasciato Istanbul per un posto remoto e bellissimo, soprattutto ha lasciato Omer.

Le serie turche mi hanno sedata durante la lunga attesa del nulla per le restrizioni della pandemia, le serie turche sono state il mio conforto, devo ammetterlo. Ho iniziato con scetticismo, facendo lunghe conversazioni con me stessa sul ruolo della donna nell’immaginario dello sceneggiatore turco medio, comunque più evoluto dello spettatore turco medio, temo, poi mi sono arresa, non pensare, non pensare, non pensare e aspettare che il tempo, il buio e il silenzio lavorino per te.

Quando Elif e Omer si sono incontrati, Omer aveva appena perso la sua fidanzata, uccisa in un omicidio che aveva coinvolto anche il padre di Elif; Omer si è dimenticato in fretta della sua fidanzata morta, per rassicurare le spettatrici romantiche come me, il personaggio della ex di Omer si è rivelato essere quello di una donna bugiarda, avida, insomma Omer poteva in fretta innamorarsi di Elif, la nostra eroina, l’unica per la quale lo sguardo di Omer non si sarebbe posato su quello di nessun altra, mai. Neppure per caso, neppure per sbaglio, Elif o nessuna, per sempre.

Quando è stato che io sono passata la seconda nel piano sequenza?

Chi tra ha pronunciato per primo la frase ti amerò per sempre? Eh? Chi?

Sono cose che si dicono, che dicono tutti, è così, è stato sempre così, si dicono in buona fede, poi succede che cambia.

La soluzione è che accada prima a te, altro non c’è. Kismet, direbbe Omer.

Elif è bella, ma proprio bella. Nelle serie turche i protagonisti devono essere di una bellezza struggente, è il primo topos di una lunga serie di luoghi comuni, come nella tragedia greca i protagonisti sono belli e buoni ma soprattutto eroici.

La vita non risparmia loro nulla, facile identificarsi. Nel viaggio di ciascuno di noi c’è una perdita, un’impresa impossibile o un traguardo da raggiungere che si allontana sempre di più e tutte le storie sono storie d’amore.

L’amore tra Elif e Omer, li salva e ferma i malvagi. Non è quello che cerchiamo tutti?

Naturalmente lo cerchiamo sapendo che l’amore non salva proprio da nulla, lo sappiamo bene e lo impariamo presto.

Superati i quaranta, siamo pronti per scrivere un saggio sull’argomento, ma con un po’ di coraggio lo saremmo stati anche superati i trenta, è solo che la favola che abbiamo in mente è stata concepita per esplodere lentamente e lasciarci in brandelli quando è troppo tardi per rimediare, è così per tutti, poi ci sono quelli saggi che occupano la propria vita con altre droghe, il lavoro, il successo, non è che a loro vada meglio, hanno più soldi per attenuare la caduta, ma nulla di più. La caduta arriva, è una questione di tempo, il giorno in cui fai conti con la mancanza di senso arriva, poi ci sono quelli davvero fortunati, gli stupidi.

 

La vita è breve e crudele, dice Omer a Elif, forse per questo i pochi momenti belli sono così preziosi; certo non è una battuta originalissima, ma se lo dice lui che è così affascinante e che ha tutto davanti a sé, allora pure io ho capito come va il mondo.

Tu l’avevi capito?

Non credo, perché tu sei stato tra coloro che certe questioni non se le sono poste proprio, hai attraversato la vita aspettando col solo obiettivo di stare fermo, di non muovere nulla, di passarla liscia, a pensarci bene, l’hai passata liscia.

Incondizionato è l’amore che Omer promette a Elif, esattamente cosa voglia dire mi sfugge, senza condizioni, illimitato, ma naturalmente l’amore è così, credo. O forse no. Anche questo è un luogo comune, amore incondizionato non vuole dire nulla.

Altro miracolo delle serie turche, tirano fuori espressioni e universi semantici correlati che ritenevo scomparsi che invece riaffiorano uno dopo l’altro e risuonano dove tutto credevo fosse muto.

Un segreto rende complicata l’evoluzione della storia d’amore tra Elif e Omer, quando finalmente erano stati superati gli ostacoli della differenza di status sociale tra i due. Di solito sono gli uomini nelle serie turche a essere ignobilmente ricchi e ad amare follemente la cenerentola stracciona che per lo sceneggiatore turco è, suppongo, la telespettatrice media, una di noi, insomma.

Lo so, lo so, questa faccenda di cenerentola ha rovinato la vita a molte, è superata e pure misogina, prendo una licenza, potrei bere o drogarmi invece vedo serie turche. Secondo me è meglio e poi non devo educare il mio gusto, il mio gusto è educato ma non si diverte più, necessita di una regressione e di un ottundimento. E poi Omer è bellissimo.

Superata la distanza sociale, riemerge il segreto a rovinare la storia d’amore tra Elif e Omer. Elif è stata a Roma perché suo malgrado coinvolta in una questione di riciclaggio di denaro, naturalmente è stata costretta, naturalmente lei è innocente come un agnello, (kuzum è espressione d’affetto ricorrente in turco, sta per tesoro, amore, utilizzato spesso dalle madri per i figli e letteralmente vuol dire proprio agnello). Dopo la morte del padre, per questioni misteriose ma collegate all’omicidio, Elif e sua sorella Nilufer vengono rapite, Elif rilasciata e Nilufer trattenuta.

I turchi delle serie, rapiscono donne che neanche gli dei dell’olimpo.

Insomma, Elif in cambio del rilascio della sorella viene costretta a partire per Roma, per l’operazione riciclaggio.

Siccome Omer è il poliziotto integerrimo, paladino dell’onestà e dalla moralità specchiata, quando finalmente Elif si decide a confessarglielo, si allontana perché non può compromettere i suoi valori.

Poi ci ripensa e l’aiuta a venire fuori, lui non la lascia nei guai.

Di fronte alla mia casa, al di là dell’albero di gelso, i nespoli e gli eucalipti, c’è il mare, il traghetto giallo delle 10 e 15, e poi Itaca.

A volte sembra avvicinarsi e dirmi: ancora un piccolo sforzo e sei a casa.

Dove è la mia casa? La casa in cui sono nata è il mio destino?

La tua casa è il tuo destino è il titolo di un’altra serie turca, l’idea originale era pure carina, poi si è persa, spesso accade nelle serie turche, gli ascolti non vanno bene oppure gli attori lasciano prima del tempo e insomma tutto va in malora, si tentano sostituzioni e cambi di sceneggiatura, ma l’effetto è sempre quello di una toppa peggiore del buco.

Nella casa è il tuo destino, la protagonista nasce in una casa poverissima, talmente povera che sua madre è costretta a lasciarla alla donna da cui si reca per le pulizie. Ispirata a una storia vera, a un certo punto ho perso interesse e l’ho mollata.

Di Omer e Elif invece non ne ho mai avuto abbastanza. Quando Omer saluta Elif e la bacia, e tu sei lì a chiederti quando li rivedrai insieme, ecco che lui appare inaspettatamente nell’inquadratura e la bacia ancora, perché quel distacco è insopportabile per lui e tu vorresti essere Elif, sei Elif.

Con i suoi lunghi capelli, lo sguardo remoto dei suoi occhi grandi, pieni di foreste, le dirà Omer, le mani bellissime. Elif è la casa di Omer.

Dopo il primo grande malinteso, l’amore vince a Roma, durante il viaggio in cui il cattivo sarebbe dovuto essere arrestato, il cattivo la fa franca perché una rete di spie e traditori circonda i nostri innamorati, ma tanto loro si amano, loro finalmente stanno insieme, questo a noi importa.

Dura poco la tregua, le serie turche sono infinite come infiniti sono i supplizi a cui i protagonisti sono sottoposti, crudelissimi.

A giugno la luce non smette mai di cercarmi, posso vedere il tramonto e poi l’alba come se tutto accadesse in un battito di ciglia, appena chiudo gli occhi. Il vento mescola l’odore del timo a quello delle rose e poi il gelsomino e il finocchietto selvatico, mi sento la vicina di casa dei Durrell, certo con meno esperienza e conoscenza della natura. Anche di questo mi pento. Mio dio mi pento e mi dolgo di tutto quello che avrebbe potuto farmi felice e che non ho coltivato, come la conoscenza delle cose della natura.

Sto facendo una lista per la prossima vita, è importante, non devo sbagliare la prossima volta.

 

  • Impara i nomi dei fiori e degli alberi, vivi in una casa con un giardino i cui fiori si rincorrono con le stagioni, il giardino sarà più importante della casa, che dovrà essere piccola e graziosa, molto semplice, se poi ha la vista mare vuol dire che sei ancora morta e che sei in paradiso. Ma siccome sono appunti per la prossima vita, io chiedo la vista mare. La vista mare con le luci della costa, perché il mare di notte non deve fare spavento.

 

Ogni tanto sento parlare di persone che abbracciano gli alberi, io non l’ho mai fatto, però se mi capita di incontrare un bell’albero e sono, assolutamente, non a portata di vista, lo farò. Per vedere com’è.

Man mano che ci si inoltra nella stagione calda è più facile incontrare qualche essere umano durante la passeggiata da Karavomilos a Sami, ma non è spiacevole parlare solo con le anatre, i cigni e i germani che popolano tranquilli il laghetto di Karavomilos, è che ogni tanto mi sembra di essere pazza e mi immagino il ragazzo del bar di Sami che mi porta al tavolo la Perrier senza chiedermi cosa voglio che parla di me con il cameriere della taverna di Karavomilos (“ehi amico!”, mi dice il cameriere di Karavomilos, ogni volta,  per farmi capire che parla l’italiano, “amico”, mi dice,  ma mi hai guardata?, lo sai che le declinazioni le hanno inventate i greci?) e dicono: ah, quella pazza, quella ex alcolizzata dice il cameriere di Sami, e il cameriere di Karavomilos risponde: dici che è alcolizzata? No, dico che è un’ex alcolizzata, beve solo acqua minerale, vive qui da sola, deve essere per forza un’ex alcolizzata. Ah, aggiunge il cameriere di Karavomilos, per questo parla con le anatre, non ci avevo pensato.

Forse vado prima alla taverna di Karavomilos e poi al bar di Sami e ordino un bicchiere di vino, anzi una Mithos, così penseranno che ci sono ricascata.

Davanti a me il mio basilico, mi guarda e ride di me e mi ricorda i miei capelli mentre si muove al vento.

Vedo basilico che sorride e immagino conversazioni tra camerieri sul mio conto. La solitudine.

Non resterò qui per sempre, ma ancora non ho deciso dove andrò, dove sarà la mia casa.

Per ora è qui, la mia casa nel blu.

Elif finisce, per quel crimine che non ha commesso, per essersi immolata per sua sorella, in galera.

Le serie turche hanno tappe obbligatorie, come le stazioni della via crucis, il carcere è una di quelle.

Mai vista una serie turca, parliamo di quelle drammatiche ovviamente, le commedie d’amore hanno altri tipi di stazioni della via crucis, in cui il protagonista non fa una fermata in carcere, come nel gioco dell’oca.

Mai vista una serie turca in cui il protagonista, o anche i due protagonisti, perché le patrie galere turche sono visitate spesso, fosse agli arresti perché minimamente colpevole di alcunché. I nostri eroi sono senza macchia e soprattutto senza paura, affrontano le sfide del fato come tanti novelli Ercole.

Non sempre vince il bene, questa possibilità pervade tutto il racconto e lo rende più avvincente.

Si soffre tanto, questo sì e si soffre a lungo perché una puntata dura più di due ore e la serie intera, quando ha successo può superare anche le 70 puntate.

Vederle è un lavoro. Ma ha i suoi vantaggi, ti rapisce e anche quando ti senti stupida, il più infimo anello di segmento di mercato di romanzo popolare annacquato nel tè turco, anche allora, non ti importa e tu prosegui.

Il destino avverso per Elif e Omer ha le sembianze della famiglia, tanto ossessivamente decantata nella retorica familista che pervade il bosco narrativo di riferimento, tanto perfida. C’è quasi sempre una cognata pettegola e intrigante, una sorella o un fratello deficiente o criminale, un familiare, in genere la suocera, infido.

Se penso ai racconti delle mie zie, nonne, ritrovo un lessico e una psicologia del personaggio ben nota, quella del luogo comune, cultura popolare forse, ma mi sono fatta questa idea: il luogo comune trae la sua forza dalla realtà, esiste perché è riconoscibile, poi ci sono le sottigliezze delle menti evolute e acculturate, ma il luogo comune sa bene perché cresce e si disinteressa delle menti evolute.

La cognata di Omer è un’impicciona strampalata, ho avuto una cognata così, non credo di essere l’unica. Se vieni da una famiglia del sud di quelle normali (non approfondiremo il concetto di famiglia normale attribuito alla mia), conosci ogni maschera di ciascun personaggio delle serie turche. Sono a casa. Conosco tutti.

La ex moglie manipolatrice di Arda che inventa una gravidanza, la donna gretta da cui prendere le distanze, quella che, solo con gli occhi, le donne adulte della famiglia ti facevano capire che però lei sì, vinceva sempre, quella che io acculturata ed evoluta credevo che non esistesse, fosse un’invenzione dell’immaginario misogino del sud, eccola riemergere esattamente come l’avevo vista allora, come una maschera tragica del mio teatro interiore.

Una faccia una razza, si potrebbe dire, è il mediterraneo si potrebbe aggiungere o più precisamente i costumi e le credenze che popolavano la mia infanzia non derivano come credevo da una matrice cattolica integralista, la radice è interamente musulmana, il controllo della vita delle donne, ma anche le donne che controllano la vita dei figli, che allevano mostri, perché esistono donne che allevano mostri.

Elif e Omer sono al di sopra delle miserie umane, Elif e Omer mi consolano delle miserie umane.

“Ti sveglierai con la vista sul Bosforo, anche se a me basta vedere te”.

Non sarà così facile, cara Elif. Lui dice così ma ecco che la arriva la sua ex. Sei più bella di lei, ma ecco un’altra ex, dopo quella morta. C’è solo un’altra ex difficile da digerire dopo una ex morta, è una ex che ha lasciato il tuo amore e no, per favore non è la stessa cosa se è lui a lasciarla.

Sono tante le puntate, la storia di Omer e Elif è spezzettata su Netflix perché il telespettatore occidentale non può sopportare evidentemente una puntata che supera le 2 ore e quindi Kara Para Ask su Netflix diventa Black Money Love e dura 164  puntate.

E’ una vera e propria riprogrammazione neurologica, se non ti sottrai, se come me non hai voglia di sottrarti. Diventano parte della tua vita, in alcuni giorni la tua vita stessa.

E la ex fidanzata di Omer, la tua rivale.

La mimesi e la catarsi le hanno inventate gli autori della tragedia greca, non io.

Il potere terapeutico della tragedia anche.

Le storie sono tutte uguali.

Intorno al 500 a.c. ad Atene viene messa in scena la prima tragedia, ma è una data scelta per convenzione, perché la prima tragedia nasce quando lo spettatore si riconosce nella storia di un altro e si sente meno solo e capisce che il suo dolore è la condizione umana. Ci sono Euripide, Sofocle e Eschilo e poi Shakespeare e pochissimo altro. Perché dopo c’è pochissimo altro da aggiungere. Poi c’è la parte in cui lo spettatore deve trarre insegnamento, la parte in cui si insidia la censura, la retorica familista, quella patriottica e pure la misoginia.

A me le serie turche fanno questo effetto, mimesi e catarsi, non sto cercando di elevarle.

A me Omer ricorda te, prima che tu rovinassi il ricordo di noi.

 

La catastrofe è uno dei momenti caratterizzanti della tragedia, per Elif e Omer le catastrofi sono almeno una al giorno e il racconto si dipana, secondo i miei calcoli, dal 12 marzo, per esplicita ammissione dei protagonisti nel racconto, all’estate dell’anno successivo. Almeno 18 mesi.

L’arrivo di Ipek, che anni addietro ha abbandonato Omer, è una delle principali catastrofi per il loro amore. C’è di mezzo la cattiveria delle famiglie e la gelosia di Elif, soprattutto le omissioni di Omer.

L’episodio n. 92 sembra l’epilogo della catastrofe invece non è che l’inizio. Quanto soffre Elif, quanto soffro. E quanto questa sofferenza mi tiene lontana da me: è il sollievo della sofferenza degli altri.

“Io morirò ma non ti lascerò andare”, Omer quando  raggiunge Elif, sotto la grisaille della notte d’inverno a Istanbul. Nel buio inverno, nella notte cupa, il suo abbraccio caldo, quando sembrava tutto perduto. Non ti lascerò andare. Non ti lascerò andare. Per favore, ridimmelo.

Invece la lascia andare.

E la disperazione di Elif attenua la mia e anche se lo vorrei picchiare perché mi fa soffrire, almeno so che lui la lascia, ma la ama e soffre immensamente pure lui. Le serie turche offrono una via d’uscita: non siete miseri esseri non voluti, non siete avanzi, non siete miserabili seconde scelte, il vostro Omer vi ha abbandonate nell’ostilità del mondo, ma vi amava moltissimo.

La consolazione offerta dal canone tragico: il fato è ostile ma tu resti una creatura cara agli dei.

Una tortorella si è appollaiata sul davanzale più prossimo al mio, mi mette soggezione, sembra che voglia dirmi che qui è tutto suo e che dovrei lasciarla in pace, andarmene. Non si diceva timida come una tortora?

La notte mi sveglio e mi ricordo che sono su un’isola. Le isole sono collegate alla terra ferma da porzioni di roccia che si trova sott’acqua? O galleggiano? Non sono sospese, ma potrebbe alzarsi il mare improvvisamente e io diverrei parte di un mondo sommerso che non c’è più. Non è quello che già sono?

L’ho letta in un libro tanti anni fa e da allora mi ritorna in mente, pur non avendone mai davvero capito il senso, risuonava in me già allora: Siamo tutti il pianto di una donna abbandonata. E’ riemersa nella mia testa anche durante la scena in cui Elif corre sulla banchina per andare incontro a Omer pur sapendo che l’ha lasciata nel giorno delle loro nozze, vestita da sposa.

Gli attori turchi sono bravi, non so se esistono scuole che li rendono così bravi o sono più bravi a scegliere i talenti, anche in quella scena sono entrambi superlativi, Tuba Buyukustum e Engin Akiurek.

Lo strazio e la sconfitta, gli occhi persi di Elif, la disperata rabbia di Omer.

“Asli, hai mai pensato di conoscere qualcuno e poi accorgerti che non lo conoscevi affatto? Di non aver saputo mai, di non sapere ancora se è una persona buona o malvagia? Se quello che fa, lo fa a ragione o no. Hai mai perso? Hai mai desiderato morire per non sentire quella perdita? Mi ha distrutta oggi, riportata a quando ero disperata.”

Elif, a sua sorella Asli.

La scelta di Omer di lasciare Elif è fatta per un bene superiore, dal suo pessimo punto di vista, noi lo odiamo, naturalmente. Poi lo perdoniamo perché dura poco.

Istanbul nelle serie turche è piccolissima, ci si incontra almeno una volta al giorno, soprattutto quando si ama e si vive nella disperazione dell’abbandono.

Omer ed Elif si incontraro e si rincontrano, perché a noi piace vederli insieme e piace vedere quegli sguardi infuocati oppure gli sguardi di odio, a noi la loro passione piace, piace moltissimo.

Così Elif appena piantata, nel giorno stesso in cui lo è stata, si trova in ospedale a far visita alla mamma di Omer, come no? Ci crediamo Elif, ci crediamo, la tua preoccupazione per il bene di tutti, dobbiamo crederci, noi andremmo in ospedale solo per Omer.

Ma noi siamo delle poverette, chi ci guida sei tu, sempre pronta a sacrificarti per il bene  altrui, così ti viene pure in mente di dare la tua casa, la nostra casa colorata, la casa dell’amore, quella che Omer ha trovato per voi e che avete messo su insieme, a Ipek e a suo figlio.

Ma come ti viene in mente, Elif?

Meno male che Omer ti dissuade, meno male che alla fine, dopo averci fatto penare, tu e la tua ostinazione (sei una donna ferita, quindi possiamo perdonare) vi renderete conto che Omer non è il padre del figlio di Ipek e comunque, se anche lo fosse, Elif?

Chi ti autorizza a distruggere i nostri sogni? E’ la vostra casa, se ce la fai tu, possiamo farcela noi, no?

Non ce ne importa proprio niente di Ipek e del suo bambino. Ha avuto la sua occasione.

Trattandosi di romanzo polare di appendice, di feuilleton, le storie sulle nascite, paternità nascoste, maternità sofferte e presunte, pullulano. Le madri sono o malefiche o sante, entrambe hanno come obiettivo il controllo della vita dei figli, comunque.

Anche questo schema mi è familiare, la santa madre di Omer così premurosa, cortese, la madre buona della serie a me proprio non mi ha mai convinto, lei è dolce e prepara da mangiare per tutti, ha una parola buona per tutti, aiuta i bisognosi, ma fondamentalmente controlla e giudica tutti, soprattutto la povera cognata impicciona che deve fondamentalmente fare quello che vuole la suocera, perché i poveri vivono tutti insieme. Anche i ricchi sembrerebbe dalle serie turche, ma hanno scelta, almeno.

La radice dell’unità delle famiglie è il bisogno e quindi l’espediente narrativo per rendere accettabile la vita di una donna che non ha nulla altro, oltre il volere del proprio marito e della propria suocera, è darle una suocera buona.

Il personaggio della cognata di Omer si emancipa, un po’, ma la vita della maggioranza delle donne nei paesi del sud del mediterraneo è stata questa, forse per alcune è ancora questa e la loro rivincita arrivava quando erano loro a controllare la vita di figli e nuore. Mai nel rifiuto del controllo, che doveva essere visto come degenerazione.

Una madre controlla perché è buona nell’immaginario della seria turca, non perché non conosce altri canali oltre la manipolazione. Quindi la madre di Omer è buona, è giusto che i suoi figli siano serviti e riveriti e che le donne si occupino di loro, l’unica salvezza è il buon cuore, non l’estetica dei gesti.

Non è l’interesse antropologico che mi inchioda davanti al monitor, è la dipendenza dalla narrazione per quanto banale, per quanto scoperta, voglio il lieto fine perché Elif e Omer lo meritano. Perché non hanno paura di nulla perché per loro non conta altro che l’amore.

Perché l’amore ci piace tanto raccontato, se poi sappiamo che non vince mai?

Perché mi piace tanto anche se so che è sopravalutato?

Perché l’amore raccontato fa meno male. Non ho altre risposte. Perché sono una persona banale forse e con poco gusto.

Soprattutto perché non ho più voglia di vedere e leggere e ascoltare ciò che si deve leggere o vedere e ascoltare, per ora, è la mia forma di ribellione, la mia fiera regressione.

Non sono interessata al giudizio di chi giudica, non sono interessata a mettere in dubbio il mio gusto non sono interessata alla mia crescita culturale o forse è questa la mia crescita: il disinteresse.

Ora la mia casa è questa, ora la mia casa è quella di Elif e Omer, che sia classificata più o meno bene sulle pagine culturali dei giornali non importa.

Torno a Istanbul, la mia immaginazione si è trasferita a Istanbul: quando la lotta con il cattivo Tayar Dundar è finita, finisce anche la storia tra Elif e Omer, almeno tentano di farcelo credere e noi andiamo avanti nella storia solo perché la nostra speranza è quella di rivederli insieme.

Elif lascia Istanbul una notte in cui capisce che Omer non lascerà il suo lavoro, poi in effetti noi non abbiamo ben capito perché dovrebbe, essendosi loro conosciuti quando la situazione era esattamente quella, essendosi innamorati quando Omer già faceva il poliziotto integerrimo in una città piena di malaffare e corruzione.

Non ti capiamo Elif: perché vuoi lasciare Omer dopo averci fatto penare tanto?

Vorrei una vita tranquilla, dice Elif a Omer. Le possibilità a questo punto sono due: o si cerca il modo di allungare la serie, quindi siamo all’inutile ma funzionale pretesto narrativo, oppure la ricerca della vita tranquilla incontra i gusti del pubblico, questo mistero non sono in grado di svelarlo, ma secondo me è più la prima questione che la seconda.

Fatto sta che da un momento all’altro cambia tutto, Elif se ne va, lascia pure il suo lavoro e scopriremo che continua a disegnare gioielli da una remota località della Turchia in una casa sul mare, tutto questo prima che il mondo scoprisse lo smart working, mentre Omer rimane a Istanbul nella loro casa a fare il poliziotto integerrimo.

Omer siamo molto deluse da te, che ci fai senza Elif? Ah già lei se ne è andata, va bene, ma non penserai davvero dopo 163 puntate che ce la beviamo, no?

Da qualche giorno alle dieci in punto si alza il vento, non me ne sono accorta subito, ma la coincidenza con il traghetto giallo mi ci ha fatto pensare. Non riesco a capire il vento su quest’isola, è diverso da tutto quello che ho imparato sui venti della terra ferma. Aiuta però, le giornate calde sono più facili se c’è vento, anche se il vento è caldo. Il mare si increspa un po’ ed è meno bello, ma ne vale la pena. L’idea era quella di stare qui lontano da tutti e asciugare mente e corpo al sole, possibilmente liquefarmi, perdermi.

Ma come dice Hugh Grant che cita Bon Jovi in About a Boy (è tratto dal libro di Nick Hornby ma io ricordo Hugh Grant e non so dire adesso se anche la frase del film è scritta da Hornby, probabilmente sì.)

Comunque Bon Jovi, di questo sono sicura, dice che nessun uomo è un’isola e Hugh Grant, ancora bellissimo, ribatte che è una frase del cazzo perché a lui piace pensare di essere Ibiza. Un’isola figa come lui.

Che isola sono? Ibiza proprio no, sono Cefalonia così simile alla Puglia e rilassata e quasi deserta? No. Cefalonia è casa, ma la mia casa temporanea. Come quando si aprono i negozi che dopo qualche mese chiudono, i temporary store, la mia casa mentre stabilisco dove è casa.

Tra giugno e luglio cambia tutto. Il caldo si fa intenso, i profumi anche, sento meno il profumo delle rose e del gelsomino, sento più forte l’odore del mirto e dell’origano, il finocchietto.

Ho comprato un’altra pianta di basilico greco, il basilico è disposto in modo da sembrare rotondo, una palla di basilico greco su un vaso azzurro, una pianta su un tavolo sul terrazzino, le luci a energia solare comprate da Lidl, il mare e più in là, Itaca, sono a casa. Almeno per il momento.

Il mare lo scorgo oltre gli alberi e il grande eucalipto, non ho la casa proprio sul mare come Elif e neppure il suo vicino premuroso, che quando sei in luogo in cui non conosci nessuno, è un gran conforto. Ma davanti a me ho gli alberi e più in là il mare, lo vedo.

Istanbul è una città piena di cuori infranti secondo Elif Shafak, di sicuro tra questi c’è quello di Omer di Elif.

Anche la cognata impicciona se ne rende conto, il suo personaggio  resta comunque devoto alle sue responsabilità di donna sottomessa, è lei però che aiuta Omer a liberarsi dall’incantesimo e dall’oppressione delle responsabilità familiari.

Un giorno, dopo aver rischiato la vita per l’ennesima volta la vita, dopo aver rivisto Asli, la sorella di Elif e soprattutto dopo aver riconosciuto un gioiello disegnato da Elif, Omer viene a riprenderci.

Lascia il lavoro, la famiglia di origine, Istanbul e viene a cercarci.

“Ho provato a vivere senza di te Elif, era buio e non respiravo”.

Quello che avresti dovuto dirmi tu, invece di lasciar passare la tua vita e poi morire.

Omer e Elif il giorno del matrimonio che sarà celebrato all’aperto, sulla stessa terrazza dove avevamo ritrovato Elif sola, sono bellissimi.

Sono bellissimi come le nostre speranze realizzate, la bellezza che non sfiorisce, l’amore che trova un modo per farsi strada, la vittoria su tutto ciò che impedisce la felicità.

Lasciano tutto alle spalle, hanno solo loro stessi e a noi, non sembra poco, anzi ci sembra tutto quello che dovremmo avere, tutto quello che avremmo dovuto avere. Guarda la felicità.

Aspetta, il momento in cui doveva fermarsi tutto l’ho avuto.

E’ solo che non si ferma niente, è solo che arriva il giorno dopo, la fine della storia e devi ricominciare.

Nessuno però spiega che non ricominci mai dallo stesso punto per raggiungere quello stesso momento, sei in un processo di sottrazione infinito e ogni giorno che passa ti toglie qualcosa e non te la restituisce mai.

Allora continui a vivere al buio e senza respirare, ti adatti a una vita con poco ossigeno, decidi che è il momento di prendere il largo, non trovi di meglio da fare che vivere in un’isola quasi deserta pure d’estate.

E nessun Omer che ti verrà mai a cercare.

Puoi essere però la Elif che vuole la vita semplice e che nessun Omer andò mai a cercare. Finale triste certo, un finale riscritto.

“Chi ha lasciato chi?”, si ripete Elif, “Chi se ne va non lo fa perché è stato lasciato?”.

Non diciamo stupidaggini Elif, chi se ne va è chi lascia e tu te ne sei andata. Poi  è venuto a cercarti, ma poteva pure non farlo.

(segue)

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La Morte di Ivan Il’ič

Cercando una lettura adatta a questi giorni cupi (ho prima scoperto che Bulkakov era Ucraino e in effetti il Maestro e Margherita è il libro meno “russo”, tra i russi letti)  mi sono imbattuta ne la Morte di Ivan Il’ič di Tolstoj.

Ivan Il’ic attraversa la sua vita nella convinzione di doversi dedicare alla piacevolezza e al decoro, per questo piacevolmente sceglie una carriera decorosa, una moglie che la buona società, il cui parere tiene in gran conto, considera amabile e graziosa e si dedica con dignità al suo lavoro e alla sua famiglia e pur non ricevendo grandi slanci da quest’ultima e gratificazioni dal lavoro, tuttavia prosegue convinto come è che l’unica cosa che davvero conti è il giudizio benevolo che il mondo riserva a chi conduce la vita con decoro. Ivan Il’ič trova se stesso attraverso lo sguardo benevolo degli altri, per ottenerlo è disposto a non chiedersi neppure se esiste un modo diverso di vivere, una vita senza eccessi e sbavature è l’unica garanzia di vita serena e di successo.

Accade però che a causa di un banale incidente Ivan Ill’ič si ammali fino a diventare totalmente dipendente dagli altri e che ben presto si renda conto che la sua malattia lo condurrà alla morte.

Nella sua vita piacevole e decorosa irrompe come una macchia la solitudine del dolore. La sua famiglia lo tratta come un vecchio brontolone (ha 45 anni, ma siamo nella Russia dell’800) e non sembra considerarlo più di un indecoroso peso.

L’infermità e la solitudine lo spingono a chiedersi perché, ma la voce dentro lui risponde, naturalmente, che non c’è un perché e allora comincia a pensare alla sua vita, rivede sua madre, risente il fruscio del suo vestito e insieme all’infanzia gli unici momenti di cui ha davvero nostalgia.

Eppure nel manuale di logica del Kiesewetter,  aveva letto:

“Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, perciò Caio è mortale, gli era sembrato, per tutta la vita, valido solo in rapporto a Caio e in alcun modo in rapporto a sé stesso […] Certo che Caio è mortale, lui è giusto che muoia, ma io, piccolo Vanja, io, Ivan Il’ic, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, io sono un’altra cosa. Non è possibile che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile.”

E’ più o meno così che va, per tutti,  non a caso il racconto si apre con i colleghi che apprendono la notizia della morte di Ivan Il’ič, mesti ma in fondo contenti. Non è toccato a loro.

Tostoj attraverso Ivan Il’ič ci spiega la sua visione della vita, un puntino nero che scorre in basso e che prende una velocità inversamente proporzionale alla distanza, mentre al mondo esterno appare la tua crescita, la tua carriera, la tua vita che si espande, tutto in realtà procede al contrario, a togliere, tutto porta alla morte, tutto quello che è intorno alla vita è morte. L’arrivo della morte è la fine della morte, la liberazione. A me sembra una grande intuizione. La morte finisce quando arriva. Questo non vuol dire che non dobbiamo vivere nel migliori del modi.

Ero partita alla ricerca di un autore che mi desse un senso e sono finita qui.

 

 

 

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Leonard e Marianne

Leonard Cohen arriva a Hydra agli inizi degli anni ‘60, una piccola isola a un’ora circa da Atene, lui racconta che ci arrivò per caso e fu abbagliato dalla bellezza della vita semplice  su quella isola luccicante.  Non è ancora un cantautore, neppure immagina che lo diventerà, è già uno scrittore, controverso e poco conosciuto ma neppure il libro che scriverà a Hydra, Beautiful Losers, gli darà un po’ della fama e dei soldi a cui aspira.

A Hydra negli anni ’60 c’è una comunità di artisti e intellettuali e Cohen lascia Londra, a quell’epoca viveva lì, e compra a Hydra una casa per 1500 dollari. In quegli anni in un’isola della Grecia si viveva con 1000 dollari all’anno.

Leonard a Hydra scrive, fa uso di droghe, ma soprattutto incontra Marianne Ilhen, una ragazza norvegese, sposata con uno scrittore. Marianne  naturalmente è la Marianne di “So Long Marianne”. Leonard si prende prima cura di suo figlio a cui fa da padre e inizia una storia d’amore con Marianne che non finisce anche quando finisce.

Leonard e Marianne sono belli di quella bellezza che hanno solo coloro che non ne sono consapevoli, camminano per l’isola, fanno il bagno e nuotano nudi, Leonard scrive e Marianne gli lascia cestini con panini e bevande. Sono gli anni in cui le famiglie allargate e l’amore libero sono un dato di fatto, non una possibilità da costruire, sono anche anni in cui l’amore libero fa molti danni, perché ai figli l’amore libero dei genitori non piace per niente e perché il più delle volte dietro a un dei componenti della coppia che vive liberamente, c’è qualcuno che soffre immensamente.

Tra Leonard e Marianne va un po’ così. “Avrei voluto rinchiuderlo in una stanza e ingoiare la chiave, tutti volevano Leonard, per quanto si dava per come era compassionevole”, dirà Marianne, “Ma se scegli l’uomo bello, forte e oscuro, va così”.

Tra Leonard e Marianne l’amore dura 8 anni ma parliamo di una storia che non si interrompe mai del tutto, quando Leonard lascia Hydra definitivamente, vuole con sé Marianne e il suo bambino, ma sarà un disastro. Marianne riprende la sua vita, lascia suo figlio in un collegio in Inghilterra convinta di fare bene e di farlo perché necessita di una istruzione, e continua la sua vita tra nuovi amori e nostalgia. Rinuncia ad avere il figlio di Cohen perché Cohen non vuole figli, fa quello che fanno le donne che devono essere evolute e disinvolte, senza averne nessuna voglia.

Anche Marianne lascia Hydra, molti anni dopo, e torna a Oslo, dove farà la segretaria e sposerà Ian, un brav’uomo, se si può usare questa espressione senza che sembri un insulto. Suo figlio, naturalmente sarà quello che chiameremo un figlio problematico, altro grande classico delle famiglie aperte di quegli anni.

A cambiare il corso della vita di Leonard e Marianne è proprio la svolta musicale di Leonard, che dal punto di vista di Marianne, le rovina la vita.

Leonard Cohen piaceva moltissimo alle donne un po’ depresse (lo dicono i suoi musicisti, non io) che ascoltavano le sue canzoni malinconiche e lui non disdegnava la loro compagnia, per un pomeriggio o anche di più, la vita di Marianne senza Leonard fu meno brillante, ma lui non smise mai di sostenerla anche economicamente, per un po’ la storia con Marianne si sovrappose a quella con la Suzanne della canzone, ma dell’amore con Suzanne non abbiamo testimonianze così calorose, sembra che Suzanne fosse un po’ perfida, questo raccontano gli amici.

Leonard Cohen a un certo punto della sua vita si ritira in un monastero buddista per 6 anni, quando ritorna alla vita “normale” ha 70 anni e la sua segretaria gli ha rubato 5 milioni di dollari che non recupererà, quindi è costretto a rimettersi a cantare, lo fa ottenendo un grande successo. Per il concerto di Oslo, Marianne fu invitata insieme a Ian. Le immagini di quel concerto e i loro sguardi sono visibili nel film documentario “Leonard & Marianne: words of love”. (L’ho visto ieri sera e sa signora mia, mi è piaciuto molto; col finale ho pianto tanto…).

Marianne si ammala di leucemia e un giorno, quando sta per morire, chiede a un amico comune di informare Leonard della sua morte ormai prossima. In meno di due ore la raggiunge questo messaggio: “Carissima Marianne, sono proprio dietro di te, abbastanza vicino da prenderti la mano. Non ho mai dimenticato il tuo amore e la tua bellezza. Ma questo già lo sai, non ho bisogno di ripeterlo. Fai buon viaggio, amica mia. Ci vediamo lungo la strada. Con infinito amore e gratitudine, il tuo Leonard.” Leonard Cohen muore tre mesi dopo  Marianne, la sua musa.

Hydra nel frattempo, come dirà nel documentario l’unico amico di Marianne che ancora ci vive, è diventata un parco giochi per ricchi.

 

 

 

 

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Puglia e americhe

Partecipo e assisto, impossibile sottrarsi, allo storytelling sulla Puglia, un po’ compiaciuta e un po’ stupita; a volte mi sento raccontata come il resto del mondo raccontava “le americhe” scoperte da Cristoforo Colombo. Colombo aveva scoperto l’America, ma l’America c’era anche prima e con l’America i suoi abitanti, no? Gli abitanti dell’America, l’America l’avevano già scoperta, vero? Si può dire che hanno dovuto subire il racconto degli invasori?

Facendo le debite proporzioni (non ci sono invasori, ma turisti che aiutano la nostra economia) non è un po’ stucchevole la retorica sulla magia della Puglia? La Puglia è Brand che tira, tira moltissimo, lo abbiamo capito,  perché il suo paesaggio lo rende possibile, perché il cibo è buono, perché l’architettura spontanea la rende naïve e stupefacente, (se non si sposta troppo lo sguardo, se si guarda fissi un punto, perché c’è anche tanta, tanta bruttezza), la Puglia è tutto questo, nessuno lo vuole negare, ma sta diventando difficile convivere con la Puglia da cartolina, perché è anche molto altro, ad esempio molta parte dell’industria turistica è in mano alla criminalità, lo sappiamo noi nativi delle americhe, ma partecipiamo alla nascita e alla crescita del luogo comune di terra mmmmeravigliosa, anche il concetto di Puglia deriva dalla recente operazione di brandizzazione: perché terra di Bari, terra d’Otranto e Capitanata erano e in larga parte sono, 3 luoghi diversi, infatti si parlava di Puglie, adesso che la Puglia è di moda, i fuori sede “scendono in PPPuglia”, con tre P, come se esistesse, come se non fosse, un giusto, ben riuscito, prodotto del marketing dell’Apulia Film Commission.

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Che ci faccio io qui

Se dovessi raccontare cosa mi ha colpito della mia isola, direi senz’altro il profumo. Il profumo che si rincorre e si alterna, quello di giugno quando prevaleva la rosa e la zagara e poi forte il gelsomino, quello di ora; il mirto e poi l’origano e poi il finocchietto e poi, improvviso, il gelsomino.

Tra giugno e luglio la differenza è quella che intercorre tra due stagioni, non c’è molta gente e questo rende tutto rarefatto. Da qualche giorno viene una tortora a osservarmi, se fossimo di più non oserebbe, credo. Capisco perché la signora Durrell portò i suoi figli in un’isola dello ionio, a Corfù, lei e i suoi bellissimi figli.

Capisco che uno di loro sia diventato un importante naturalista, oltre che scrittore, lo capisco profondamente anzi lo ammetto: Una famiglia e altri animali è uno di quei libri che mi ha ispirata e portata fin qui, non troppo lontano da casa, ma altrove. Io lo chiamo il mio ritorno a casa da espatriata. Dimensione che mi segue anche a casa. Poi ho un altro ricordo, dal film Il Danno; Jeremy Irons con le buste della spesa che torna a casa, dopo Il Danno senza speranza di redenzione, che ha causato. Non si capisce dove è, ma si capisce che si tratta di un’isola greca.

Non credo di aver causato alcun danno, tranne che a me stessa (come la maggior parte degli esseri umani) ma davvero, credo che entrambi questi riferimenti mi abbiano ispirata e ora sono qui, su un’isola che fa i conti con la mancanza di turismo, gli aerei e le vacanze che vengono cancellate, la natura si allarga, prende più spazio, gli abitanti non sembrano contenti. C’è più gente che a giugno, ma sempre poca gente, dicono. Per me che non cerco mondanità, va benissimo però ho anche io la percezione di un’isola e di una capacità di accoglienza sovradimensionata rispetto a chi la occupa.

Ieri ho fatto lezione di Yoga con un gruppo di ragazze – signore di Sami, erano giorni che mi appostavo davanti al cortile della scuola in cui le vedevo praticare. In un altro momento avrei lasciato perdere, avrei rinunciato. Invece ho aspettato e ho chiesto se potevo partecipare, così ieri sera ho fatto una bella lezione di Yoga in compagnia, con una maestra che parlava greco, ma lo yoga ha questo potere, non serve conoscere la lingua, se conosci la pratica, basta guardare e anche guardare non è del tutto necessario, io capivo oreà e anche polì oreà comunque 😀

La lezione è stata intensa, una lezione di Vinyasa immersa completamente tra il verde della collina e la bandiera greca che vedevo ogni volta che alzavo lo sguardo. Che ci faccio io qui? Non lo so, ma è divertente e anche incredibile.

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