Il giorno in cui ti accorgi che preferisci l’autunno all’estate è un altro segno dei tempi, i tuoi, che non sono più verdi, te ne accorgi così: il caldo ti infastidisce, cominci a desiderare da maggio le giornate in cui per riscaldarti le mani hai bisogno di una tisana (una tisana, che già questo ti dovrebbe far salire o almeno rivoltare il gggiovane che era in te), poi arriva settembre e continui ad avere caldo, anche se piove e allora ti rivolgi al Santo Natale, che venga presto con il suo carico di doni che non ti piaceranno e di dolci che non potrai mangiare e pure di luci, che ti piacciono, e infatti le accendi anche a ferragosto e niente, non c’è scampo, neppure un piccolo spiraglio, una promessa che smetterai di sudare e di bere come un cammello perché ti devi idratare, per carità. No, è inutile che tiri fuori la scusa del riscaldamento globale, che prima il caldo era meno caldo e che,  signora mia, è l’umidità il problema. NO. Arrenditi, sei tu che non sopporti più il caldo e neppure il freddo, non sopporti più nulla e te la prendi con il tempo, e ti ricordi la frase scritta sul muro dallo scrittore che non aveva mai pubblicato del Favoloso Mondo Di Amélie: Si parla del tempo per non parlare del tempo che passa. Brava, sei diventata un cliché. Sei contenta? I cliché esistono perché funzionano, ti dici. Scuse, non fai che trovare scuse e prima o poi le finirai. E’ passato un minuto da quando l’estate non finiva mai e il sole ti baciava e restituivi i suoi baci e il caldo non lo sentivi e neppure il sonno e la stanchezza. Dove siete, anni maledetti? Chi vi ha chiesto di andarvene?

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