Otium et negotium

Siccome vorrei proprio saltare  le retoriche celebrazioni  dell’8 marzo (che sono passate dal somigliare a quelle della festa della mamma a quelle della commemorazione dei morti) mi è venuto in mente che una di quelle cose in cui vorrei essere brava, è imparare a distinguere e se possibile mettere in pratica, la differenza che c’è tra labor e opus. Se il labor è fatica,  l’opus è l’impegno nella realizzazione di un’opera creativa, è quelle che dovrebbe essere il lavoro quando il lavoro è il lavoro perfetto. Non lo è quasi mai però, quindi per realizzare questa circostanza occorre ingegnarsi, magari capire cosa esattamente farebbe al caso nostro. Credo somigli vagamente alla contrapposizione sempre dei latini tra otium e negotium (e comunque doveva essere bello vivere in una società dove chi non faceva nulla non era considerato un nullafacente ma qualcuno che poteva preoccuparsi di cose più importanti). Non lo so se il lavoro nobilita l’uomo (come infatti era scritto ad Auschwitz), credo che ci inventiamo e siamo capaci anche di convincerci delle cose più incredibili per dare un senso a quello che  facciamo. Ma il più delle volte un senso non c’è.

New normal e volontà di dio

Ieri mi sono iscritta al sito di alberghi di lusso  a prezzi scontati per pezzenti e viziosi secretescapes.it, per una strana coincidenza nello stesso giorno ho letto la lettera di Grillo al Corriere della Sera in cui parlava di low cost (il Corriere della Sera lo distribuivano GRATIS nella sala d’aspetto di un Ospedale e per fortuna, perché non c’è ragione di comprare un giornale che dà spazio a certi contenuti) e, mi sono detta, toh Grillo avrà saputo che mi sono iscritta a secretescapes e che sono pezzente e viziosa e parla sicuramente di me. E però poi ho capito che no, non parlava di me ma di Vendola e Ed (a proposito perché  quasi tutti lo chiamate  Ed, il compagno di Vendola, è un vostro amico?), comunque siccome parlava di Vendola ho tirato un sospiro di sollievo, era una brutta lettera, piena di luoghi comuni, di quell’indignazione che non accenderebbe più neppure mia nonna. Ah, mi sono detta, meno male, passerà inosservata.

Ma si vede che è un periodo che non ci sono troppi problemi, perché se no non si spiegherebbe come mai passiamo tanto tempo a discutere di scelte private come quella di adottare un figlio, utero in affitto o no. Si vede che è un periodo in cui non ci sono notizie e si è molto infelici, se no non si spiegherebbe tanto moralismo gretto. Ho letto cose ignobili scritte da personcine convinte di essere per bene e timorate di dio oppure semplicemente convinte di essere le meglio (qualche parola per  per un naufragio di disperati, uno di quelli in cui muoiono adulti e bambini, la spendono, ma con parsimonia: si vede che quello  è un fatto naturale, la volontà di dio). Ho letto cose volgari e meschine che mi fanno vergognare di essere in rete e su Fb. Ora fate pure un po’ come vi pare, la moratoria internazionale sull’utero in affitto o proponete direttamente i cecchini per chi utilizza la pratica (LEGALE in alcuni paesi), io ero rimasta che l’utero è mio e me lo gestisco io, anche se decido di affittarlo. Ero rimasta che ciò che conta è la libertà di scelta ed essere poveri non ci rende per forza disposti a fare ciò che non vogliamo, pensarlo è un grande torto che si fa a chi vive con dignità la mancanza di  mezzi economici. Dicevo, voi fate quel che volete, io veramente non vi sopporto più e vi auguro di sapere cosa vuol dire essere giudicati da chi è peggio (se possibile) di voi e mai dalla parte del torto. Ora chiamate Adinolfi, le femministe intelligenti, la Boldrini e pure dio se volete a difendervi, io vi mando lo stesso all’inferno.

A proposito, la foto qui su è quella di una bella serie che parla dell’argomento (New Normal) che Sky ha casualmente fatto sparire…

Meditazione e frittelle

Da circa un anno, medito. Nel senso che la meditazione è diventata parte integrante della mia giornata e del mio programma “vita nova”, lo chiamo così perché ricorda Dante e non sembra quel che è; una strategia di sopravvivenza. Comunque meditare non è una cosa che viene naturale diciamo, per cui chi lo fa, a meno che non sia nato in un ashram, non è la reincarnazione del Dalai Lama, non si trova a vivere  una vita ascetica perché è un santo, lo fa per ragioni diverse ma che hanno a che fare con la sopravvivenza. Per cercare di raggiungere quello stato di benessere che si raggiunge quando il cervello è sintonizzato sulle onde teta, una cosa del genere, potrei spiegarla meglio, se l’avessi capito. In ogni caso, onde teta o no, anche se medito da un anno, lo faccio seriamente e con costanza, posso dire in tutta onestà che il bello deve ancora arrivare, spero, per il momento lo faccio e basta, sto lì, osservo le cose senza giudicarle, oppure mi faccio guidare da un cd e osservo le cose senza giudicarle e respiro. Detta così sembra una cosa noiosa, è una cosa noiosa, chi lo fa lo sa, ma i risultati arrivano, la mente si calma e si incomincia a percepire con più chiarezza e comunque è un esercizio che non si abbandona mai,  se no non vale e non funziona. Comunque io, dopo un anno, devo ammettere in tutta onestà che l’unico effettio della meditazione nella mia vita è stata una espansione della memoria, magari un’espansione inutile, ma una espansione. Ricordo cose che avevo dimenticato, mi accade nei momenti più impensabili, come se si aprisse una porticina del mio cervello e trovassi la strada che mi porta nel bagno dell’asilo, nel tragitto tra il frigo e il letto della casa in cui vivevo 20 anni fa o anche 30 anni fa,  nulla di clamoroso tranne il fatto che ricordo con dovizia di particolari, come se fossi lì, ricordo ogni sensazione, perfino il freddo se avevo freddo, il caldo se avevo caldo, l’odore di quel momento, l’aria fresca nelle narici se nel ricordo sono all’esterno. Naturalmente io mi aspetto molto di più dalla meditazione, ad esempio numeri per vincere la lotteria, esperienze mistiche in cui la Madonna mi svela verità ultime, ma per il momento devo accontentarmi dell’odore del sapone dell’asilo di Torre Canne e pure di quello delle frittelle di carnevale, che faceva la bidella, Nenetta. Ecco, ricordo che Nenetta mi voleva bene, non ricordo che la maestra mi volesse bene, ma lei sì, e che le sue frittelle erano super.

del Natale non ci importa nulla

Uno dei pochi sogni che ricordo, l’ho fatto da piccola, ma per piccola intendo proprio piccola, cinque anni al massimo, sognai un albero di Natale scintillante e un pacchetto, il pacchetto  conteneva un anellino con una scintilla, lo ricordo come se l’avessi davvero ricevuto. Non una pietra preziosa scintillante, proprio una scintilla di luce abbagliante al posto della pietra. L’emozione di quel regalo non credo di averla mai più provata, è un po’ triste visto che si trattava di un sogno, lo so. Forse un’altra volta, quando per la prima e ultima volta ho visto le lucciole, in una notte di estate. Ho avuto poi molti altri  Natali senza sogni speciali, con regali belli e brutti. Quest’anno pensavo che sarebbe ora di stilare la lista (al posto di quella dei buoni propositi) dei regali che non avrò mai. Un anello con la scintilla. Un paio di pantofole (giuro che non le ho mai avute in regalo), una coperta di cachemire (ci spero ancora però), qualche gioiello l’ho ricevuto e comunque nulla di lontanamente paragonabile al mio anello con la scintilla, un cucciolo (non si regalano a Natale, anzi non si regalano affatto) ma mi avrebbe fatta felice da bambina e l’avrei tenuto bene. Un biglietto per un viaggio, che non è la stessa cosa di un viaggio pensato e prenotato in due, non ho mai avuto molta allegria intorno a Natale, ma questo con il tempo ho capito che è la normalità, è sempre il momento in cui tutti pensano a chi non c’è o a cosa manca e basta concentrarsi un po’ che qualcosa si trova, perché fondamentalmente un po’ di dispiacere a Natale ci vuole. Ho avuto come tutti, Natali orrendi e Natali buoni, come tutti spero che passi velocemente e faccia meno danni possibile, del Natale non frega nulla a nessuno  ma poi, maledicendolo,  lo festeggiamo tutti. Allora Buon Natale.

Poco sale in zucca

Ho appena fatto una crema di zucca, tranquilli non ho intenzione di mettermi a fare la food blogger, non so neppure esattamente cosa sia un food blogger e comunque non saprei da dove iniziare. Volevo semplicemente parlare delle zucche, ingrediente con cui io ho sempre avuto dei problemi, ma siccome questo è l’anno della scoperte, ho scoperto che la tanto vituperata, da me, zucca,  è proprio buona, il massimo che le concedevo era la partecipazione alle pietanze (per lo più passati di verdure) con altri ortaggi, che ritenevo più nobili. Dalle mie parti (la provincia di Brindisi) e quando ero piccola,  non c’era la tradizione di mangiare la zucca e si vede che questa cosa me la sono portata con me, con un certo scetticismo verso le nuove abitudini ipersalutiste che mi propinavano la zucca ovunque, quando invece, dal mio punto di vista,  era un ingrediente per fare i tortellini nel mantovano. Chissà quante cose mi sono persa a causa dei miei pregiudizi, prometto di non avere più pregiudizi sul cibo (cominciamo dal cibo) e prometto che sarò più buona e che anche se questo sembra un post per Halloween, volevo  solo cominciare a fare la lista dei  miei buoni propositi per 2016. E poi “sarò più buona” non lo dicevo da quando  avevo cinque anni.