Giorno 7

Il giorno dell’assenza. Mi si nota di più se non vado o se vado e mi metto in angolo? No, non proprio in quel senso, il giorno dell’assenza è quello in cui esserci non conta. Non fa nulla se ti perdi quel film, quella serie, persino quel libro, quella giornata di sole o quel tramonto, anche perché il sole c’è sempre e il tramonto più è rosso e intenso e più è l’inquinamento atmosferico a renderlo sublime. Questo l’ho imparato da poco e quindi se per caso un bel tramonto lo vedo e mi commuovo,  penso che ho sempre avuto il vizio di commuovermi anche davanti allo schifo, declinato in varie forme, per lo più umane. Ma non perdiamo il punto sul giorno. Il giorno dell’assenza, appunto. Mi perdo. Ma poi mi perdo sempre, nei pensieri e nelle parole, in quello che vorrei fare e poi mi dimentico di fare, la voglia di andare e alla finestra e restare, sempre. Comunque pratico l’assenza, minuziosamente e senza averla progettata, anche quando ci sono e me ne dolgo. Perché è un difetto di interesse più che di attenzione, non riesco ad appassionarmi più a quello che era appassionante. Appassionante per me, ovvio. Il giorno dell’assenza mi trovo mio malgrado a non scendere a patti con il politicamente corretto, anzi a schifarlo. Il senso comune, il vogliamoci bene, senza volere male, solo perché sento scendere una lastra di ghiaccio fatta di noia. Il giorno dell’assenza è la mia resa al cambiamento, non mi diverto più con questi passatempi, perché sono i miei sentimentali interessi. Ne cerco altri, vi faccio sapere, quando li trovo.

Giorno 6

 

Il giorno in cui non ho voglia di truccarmi. Neppure un po’ di terra, un filo di rimmel,un qualche lucido che ora si chiama gloss. Non ne ho voglia. Non sono mai stata ossessionata dal trucco, però mi piace, un po’. Un po’ di matita intorno agli occhi, quel rossetto che mi fa sentire irresistibile, di solito a primavera mi piace particolarmente sentirmi irresistibile. Bologna, maggio 1986. Ma scheeerzii? Comprare il pane senza il rossetto? Ma puoi incontrare l’uomo della tua vita. In qualunque momento, Non puoi essere senza rossetto. Se è l’uomo della mia vita è l’uomo della mia vita, anche se sono senza rossetto. Che cretine, a pensarci ora. L’uomo della tua vita: la fake news prima delle fake news. Un po’, dai, non puoi uscire senza nulla ma proprio nulla sul viso, è…è sciatto. Quella voce, la seconda del capitolo io e il make up, mi convinse. E cominciai a spendere fortune in rossetti, fondo tinta, matite. Lo so che ne ho più bisogno adesso di allora ma ora mi diverte molto meno, averne mi diverte ancora, usarne un po’ meno. A un certo punto, come una sorgente inesauribile, arriva il giorno in cui sedurre non ti interessa, e anche se lo sai che non sarà il rossetto a renderti seducente, la terra, il rimmel, il fondo tinta, persino il correttore per le occhiaie o le borse sotto gli occhi, praticamente impossibili da cancellare, non ci provi nemmeno perché di sedurre non ti importa niente.

E’ il giorno in cui capisci che sei libera. Un giorno meraviglioso, non importa se ti piaccio o non ti piaccio, non mi importa se mi vuoi o non mi vuoi. Prova tu a convincermi. Io non devo più convincere nessuno. Non so se è malattia mentale, sanità mentale, i cinquant’anni, gli ormoni che scarseggiano. Non lo so, ma è bello. Guardo la mia trousse per il trucco e so che butterò gran parte del suo contenuto senza averlo usato, so che se voglio ho il rossetto che mi renderà una dea, il rimmel che renderà il mio sguardo fatale, la cipria che mi renderà stupenda, lo so. Va bene so pure che non è vero. Però ho lo charme nella trousse, lo charme nel cassetto, decido io, prova a prendermi.

Giorno 5

 

L’alba sembra non arrivare mai,  ho tante cose a fare perché questo è il giorno divino, quello in cui smetti di pregare. E di aspettare. E’ il giorno in cui non ti basta sperare. Ho deciso, non ti aspetto più giorno luminoso, ti accendo. Smetto di aspettare che qualcuno mi chiami e mi dica, dai andiamo. Esco da sola, smetto di aspettare che tu abbia tempo, mi prendo tutto il tempo che voglio, senza chiedere, smetto di elemosinare. Il giorno in cui decido di andare e vado, no non è una dichiarazione di guerra, vi amo, vi adoro, tutti. Ma non è colpa mia se i nostri tempi non coincidono, io vado. Devo andare, ho tante cose da fare, non posso più aspettare. Che la giornata sia quella giusta, che i soldi siano abbastanza, che stelle abbiano la giusta congiuntura, che la testa smetta di girare, che il mondo smetta di girare. Cosa c’è da spettare? Apparecchierò con la mia tovaglia più bella, berrò nei bicchieri più preziosi. Per cosa li conservo? Tirerò fuori dai bauli quell’inutile corredo, quelle camicie da notte che non potrei stirare neppure avendo un fine settimana di tempo, e me ne andrò a Parigi, forse pure in Bretagna e visto che ci sono anche in Cornovaglia. Farò quello che voglio, perché se no quel giorno in cui potrò fare quello che voglio non arriverà mai e io non voglio arrivare a quel giorno in cui non c’è più tempo e accorgermi di aver passato la vita a sprecare tempo. Vado e non so se torno, vado e non so se poi ti riconosco, vado perché vagare è l’unica cosa che mi tira su il morale.

Giorno 4

 

 

Quello in cui ti svegli presto, molto presto così presto che ti chiedi: ma che faccio in piedi a quest’ora, tra quanto tempo potrò rivolgere la parola a qualcuno e che fine ha fato quella ragazza a cui non si poteva rivolgere la parola prima di due ore da viva perché il risveglio era una condizione che la lasciava per mezza mattina con i sintomi da stress post traumatico?

Boh? Il giorno in cui capisci che invece se chiederti se ci sarà una prossima vita a riabilitarti e a riabilitare tutte le merdacce incontrate o a riparare tutte le malefatte tue di questa vita, realizzi che la reincarnazione esiste ed è quella che una, tre, quatto, cinque volte, come Pinocchio, finisci col realizzare in una stessa vita. Se quel giorno ti senti mistica comprendi che se vale per il corso di una vita potrebbe essere come una esperienza omeopatica di quello che ti aspetta dopo. Ma per fortuna non ti svegli mai mistica e cerchi nell’armadio, invece di quella ragazza, una cosa da metterti, anche se fuori non c’è ancora luce e pensi a quanto è bello quel tempo in cui non puoi parlare con nessuno, sei sospeso nell’universo, nascosto agli dei, tra te e te, puoi fare di quel tempo quel che vuoi: leggere, scrivere, pensare, non pensare, uscire, camminare, respirare, meditare, fare yoga, sentirti grata, connetterti con il mondo. Invece ti fai un caffè.

Giorno 3

 

Il giorno in cui capisci che non vuoi spiegare. Arriva così, come il latte che si versa e pensi che ti ci vorranno delle ore per scrostare la cucina (ma tanto il latte non lo bevo più…), arriva come un giorno di pioggia quando avevi programmato un pic-nic (solo nei miei sogni, quello in cui vivo in un cottage…), comunque arriva e non puoi farci nulla. Non hai più voglia di dibattiti, catene di forti ragioni, delucidazioni, precisazioni, discorsi illuminanti, frasi che facciano comprendere, che ti facciano sentire compresa. Non importa, non capisci? Pazienza, io non ti spiego, basta. Se vuoi capire provaci, se non vuoi capire resta all’oscuro, non è detto che sia peggio. Arriva quel giorno e ti dici ma perché non è arrivato prima? Quante parole inutili e quanti mal di pancia e lacrime e grumi sparsi di emozioni e pezzi di disperazione ovunque che nessuno voleva, neppure io. Arriva il giorno del silenzio d’oro, il giorno dei proverbi e un bel tacer non fu mai scritto. Arriva, un giorno arriva e smetti di spiegare e improvvisamente hai tanto tempo.

Giorno 2

 

Il giorno in cui ti accorgi che preferisci l’autunno all’estate è un altro segno dei tempi, i tuoi, che non sono più verdi, te ne accorgi così: il caldo ti infastidisce, cominci a desiderare da maggio le giornate in cui per riscaldarti le mani hai bisogno di una tisana (una tisana, che già questo ti dovrebbe far salire o almeno rivoltare il gggiovane che era in te), poi arriva settembre e continui ad avere caldo, anche se piove e allora ti rivolgi al Santo Natale, che venga presto con il suo carico di doni che non ti piaceranno e di dolci che non potrai mangiare e pure di luci, che ti piacciono, e infatti le accendi anche a ferragosto e niente, non c’è scampo, neppure un piccolo spiraglio, una promessa che smetterai di sudare e di bere come un cammello perché ti devi idratare, per carità. No, è inutile che tiri fuori la scusa del riscaldamento globale, che prima il caldo era meno caldo e che,  signora mia, è l’umidità il problema. NO. Arrenditi, sei tu che non sopporti più il caldo e neppure il freddo, non sopporti più nulla e te la prendi con il tempo, e ti ricordi la frase scritta sul muro dallo scrittore che non aveva mai pubblicato del Favoloso Mondo Di Amélie: Si parla del tempo per non parlare del tempo che passa. Brava, sei diventata un cliché. Sei contenta? I cliché esistono perché funzionano, ti dici. Scuse, non fai che trovare scuse e prima o poi le finirai. E’ passato un minuto da quando l’estate non finiva mai e il sole ti baciava e restituivi i suoi baci e il caldo non lo sentivi e neppure il sonno e la stanchezza. Dove siete, anni maledetti? Chi vi ha chiesto di andarvene?